GESUITI noviziato
Noviziato della Provincia Euro-Mediterranea della Compagnia di Gesù
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Selfie comunitario

Amico, facciamo un selfie

di Josef Beck

Non avendo Facebook durante il noviziato, l’altro giorno mi sono reso conto di una cosa. Già questa sarebbe una notizia per alcuni, ma c’e un’altra cosa, magari più tragica e scandalosa: Non ho i miei co-novizi «amici» su Facebook. «Caspita!» ho pensato: «com’è possibile?!» Subito mi sono posto delle domande: «allora cosa significa? Non siamo veri amici? Come mai non ho pensato questo prima!»
Pensa ad un amico, il primo che ti vieni in mente. Ora chiediti, perché questo amico è il tuo amico? Magari avete vissuto un’esperienza insieme, vi conoscete da tanto tempo, avete altri amici in comune… Allora perché siete rimasti amici? A volte, questa è una domanda difficile a cui rispondere. Riflettendoci su, volevo condividere due pensieri su come viviamo l’amicizia nella comunità del noviziato: l’ABC dell’amicizia.

Accettazione.

La prima cosa che mi è venuta in mente è la parola «Accettazione». Nel noviziato mi sento ascoltato e accolto; non mi sento giudicato per quello che dico, e quindi accettato per chi sono. Poi ognuno porta nel suo cuore delle difficoltà quotidiane come le sfide negli apostolati, i momenti di difficoltà che vivono i nostri parenti e i momenti di stanchezza o nostalgia per la lontananza dai nostri paesi di origine. In comunità, con un clima di ascolto e accettazione, ci consente di tornare a casa e trovare qualcuno che appena ti vede giù di morale ti chiede «Come stai? Cos’è successo?», o spesso basta una pacca sulla spalla e sentire qualcuno che ti dice: «Se hai bisogno di parlare io ci sono».
Poi siamo persone molto diverse, e quindi tutto può diventare un eventuali causa di esclusione: l’età, la provenienza, la cultura, il modo di pensare, e anche di vivere la fede! Viviamo queste realtà diversamente perché siamo diversi! Quindi ci vuole pazienza e buona volontà nel guardare l’altro e dire: «Anche se non ci capiamo e vediamo le cose diversamente, ci vogliamo bene lo stesso».

Buon Umore.

Nell’amicizia ci vuole, e aiuta a respirare con leggerezza; occorre essere capaci di dire una battuta, di fare uno scherzo, ma anche di riceverne! Abbiamo tanti momenti nella giornata insieme: la collazione, il lavare i piatti, i pasti, il pomeriggio e la ricreazione. I momenti di dire una battuta come: «Guarda chi c’è a lavare! Ci vediamo domani con questo ritmo!» o «Sempre perdo a carte quando giochiamo insieme!» non ci mancano.
Abbiamo anche momenti fuori dal noviziato: una volta all’anno andiamo in vacanza insieme; ogni settimana abbiamo un giorno libero: c’è chi va in montagna, chi a vedere qualche mostra in città e altri che fanno una passeggiata lungo il mare. Poi andiamo in due in apostolato o in parrocchia la domenica. Spesso ci ritroviamo a metà pomeriggio in due o tre a bere un tè; si fa un gruppetto di studio e revisione e quelli che hanno un livello avanzato di una lingua aiutano gli altri. Facciamo qualche ora di esercizio fisico insieme, giochiamo a calcio o a pallavolo, e altri fanno una corsetta.
«Allora voi litigate?» Scherzi! Magari qualcuno pensa che essendo una comunità di “bravi ragazzi” non capita mai! Questo sicuramente, giocando una partita a «Risiko» non aiuta! Come in qualsiasi altra amicizia, a volte capita che litighiamo per cose banali. Tuttavia proviamo a cercare il momento giusto per il confronto in modo rispettoso, ci si chiede scusa, ci si abbraccia e si cammina avanti.

Condivisione.

«Dicevi che non avete Facebook, già questa è una notizia! Allora voi come riuscite a tenere un’amicizia senza telefonino? Senza Facebook? Senza WhatsApp?» Pur non avendoli, siamo aiutati a costruire l’amicizia, vere amicizie. Quando si va insieme  a piedi all’apostolato, o ci si incontra nel corridoi, si parla. Non c’è rischio di incontrare qualcuno così immerso nel mondo virtuale che visualizzi le nuove foto su Instagram, senza che ti guardi. Durante i pasti, nessuno mette il telefono sulla tavola, pronto a controllare il nuovo messaggio sulla conversazione di WhatsApp alla prima vibrazione, come spesso ho visto nei ristoranti… e come facevo anche io! A tavola ci si guarda negli occhi, si ride, si racconta, e non si parla di alti discorsi teologici o filosofici, ma si parla delle nostre famiglie, si racconta qualche esperienza, si condivide l’esperienza dell’apostolato.
All’inizio dell’anno, ognuno comunica alla comunità la propria storia di vita. Ci mettiamo in ascolto e sentiamo con affetto la storia di ognuno, formatori inclusi. Raccontiamo le nostre vite partendo dalla nascita, l’infanzia, le difficoltà, le esperienze di crescita, di studio e di lavoro vissuti prima del noviziato. Lo spazio di ascolto crea un legame forte: conoscendo l’altro con i suoi difetti e pregi, e sapendo che sa custodire la tua storia, crescono l’intimità e la compassione.
La condivisione va oltre le parole. L’altro giorno sentendo che uno in comunità non aveva una sciarpa, e sapendo che  ne avevo una, gliel’ho data. Spesso capita che trovo anch’io delle cose, dei piccoli regali, di fronte alla porta. C’è anche la condivisione durante i momenti di preghiera. Nella messa, ogni mattina, durante la preghiera dei fedeli, abbiamo l’opportunità di condividere ciò che ci ha colpito della preghiera del mattino, o qualche intenzione. Questo è molto bello perché spesso nella condivisione si capisce quello che sta vivendo l’altro e diventa un’opportunità, durante l’arco della giornata, di ritrovarci e di essere vicini, o di pregare per gli amici che compiono gli anni o per i parenti.

È vero che siamo chiamati «Compagni di Gesù» e spesso come gesuiti ci troviamo ad accompagnare gli altri, ma siamo anche compagni l’uno dell’altro. L’amicizia non nasce per caso, ma è un impegno costante e quotidiano. Anche se non siamo amici su Facebook, una volta ogni tanto, con la macchina fotografica in mano, dico a qualche compagno, «Amico, facciamo un selfie».

https://www.youtube.com/watch?v=TWcyIpul8OE

Ri-creare

di Nicholas Cassar

Uno dei punti cardinali della nostra formazione di novizi è quello di diventare «uomini di comunità». Una metamorfosi – o, la fioritura di ciò che era latente – che avviene attraverso la grazia, la preghiera, l’impegno, l’apprendimento, la riflessione. E, ovviamente, eventi concreti e ritmi della vita quotidiana.

Uno di questi tasselli concreti è la «ricreazione»: un appuntamento quotidiano dopo cena in cui, prima di concludere una giornata di lezioni, lavori di casa, apostolati/servizio in parrocchia, studio, ci raggruppiamo per rilassarci insieme. Chiacchieriamo, giochiamo a giochi da tavolo, discutiamo, scambiamo battute, guardiamo un film … Alcuni giorni particolarmente stancanti, quando la voce del proprio letto appella pressantemente, la ricreazione può sembrare più qualcosa da sopportare che un’occasione per rilassarsi! Ma vale davvero la pena impegnarsi a mettere la comunità al primo posto ed a valorizzare questi brevi ma preziosi incontri quotidiani con i fratelli.

Di tanto in tanto, ci vengono nuove idee per ri-creare la ricreazione, con grande tribolazione del Maestro … E così è stato che, trovandoci solo in tre una sera (essendo tutti gli altri fuori per servizio apostolico, mentre quelli del primo anno stavano ancora facendo il loro mese di Esercizi Spirituali), e sentendoci in vena di musica oltre il repertorio limitato di CD nella nostra collezione (principalmente un miscuglio bizzarro di Norah Jones, musica classica e Bob Marley), abbiamo deciso di ascoltare/vedere alcuni video di musica da YouTube, scegliendone a turni.

E così è nata una nuova melodia. I nostri caratteri si sono rivelati in modi nuovi, i ritmi dei nostri cuori hanno trovato nuova espressione … sfumature precedentemente poco notate sono state intessute nel grande mosaico che è la nostra comunità attraverso le note e le voci di Ennio Morricone, Mumford & Sons, Ex-Otago, Immagine Dragons, I Ratti della Sabina, The Staves.

Un momento anche di scoperta personale, di come io sono stato «ricreato» durante il mio tempo nel noviziato, quando ho visto il video musicale di «Holocene» di Bon Iver per la prima volta da quando avevo varcato la soglia di Villa Sant’Ignazio più di un anno fa’.

Ricordo che quando entrai per la prima volta in noviziato, non capivo perché così tanti dei miei co-novizi fossero così entusiasti dell’idea di discutere i film in «CineForum»: nella mia esperienza di allora, i film erano solo (come diceva un novizio rumeno) «da consumare», una forma semplice, seppur piacevole, di divertimento piuttosto che una forma d’arte. Eppure quella sera, immerso in un contesto di preghiera e «alla ricerca di Dio in tutte le cose», ed essendomi lentamente convertito a vedere la bellezza e la cultura dove in precedenza avevo cercato solo il gusto del divertimento, «Holocene» ha presentato un’interpretazione completamente nuova.

Un video che in precedenza mi piaceva ‘solo’ per l’eterea bellezza dei paesaggi islandesi, improvvisamente era diventato un film che descriveva la mia relazione con il Creatore … un bambino, guidato dallo Spirito (0:50, 4:34), allegro, sorridente, nella meraviglia assoluta di fronte alla vastità e bellezza che lo circondano, contempla tutto in una gioia silenziosa. Un bambino che non è terrorizzato dalla grande, vuota distesa che lo circonda, ma si sente sereno, sicuro … perché vede, sente che il Padre suo è vicino, è lì.

Quasi certamente, Bon Iver non aveva in mente questa interpretazione. Ma mi concedo una certa licenza per ri-creare.

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