GESUITI noviziato
Noviziato della Provincia Euro-Mediterranea della Compagnia di Gesù
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Amore, lontananza, comunione

di Pietro Coppa

Ognuno di noi è convinto che sia impossibile amare qualcuno senza in qualche modo essergli vicino. L’amante, per definizione, è attraversato da una continua tensione che lo spinge a ricercare l’amato. Il poeta latino Tito Lucrezio Caro, nel suo De rerum natura, tratteggia in maniera magistrale questa caratteristica dell’amore facendo riferimento all’unione carnale dei due amanti. Nella massima espressione dell’amore fisico, entrambi cercano di “perdersi nell’altro corpo con tutto il corpo”(RN IV, 1095). Un desiderio di fusione che non può trovare compimento e che dunque si riattiva continuamente. D’altra parte, anche le forme dell’amore che non trovano espressione nell’unione dei corpi, come l’affetto che si prova nei confronti di genitori e amici, richiedono una certa prossimità per potersi mantenere vive. È qui che sorge una delle più ricorrenti obiezioni alla vita religiosa intrapresa dal novizio. Obiezione che spesso e volentieri è mossa proprio dai genitori: «come puoi dire di amarci, se hai scelto di vivere una vita lontano da noi?». Una simile critica potrebbe essere avanzata anche dagli amici di sempre e dalle persone incontrate durante le esperienze apostoliche che ci mettono a contatto con i giovani e con i poveri. Le esigenze della formazione non permettono di stabilire con loro legami duraturi. Eppure è possibile vivere una forma di comunione anche nella
lontananza. La preghiera d’intercessione colma questa distanza riempiendola d’amore. La richiesta di benefici concreti in favore di coloro per i quali si prega, non ne esaurisce il significato. Ciò che più di ogni altra cosa è vitale in questo tipo di orazione è il percepire su di sé e sugli altri lo sguardo misericordioso del Padre che con il suo abbraccio d’amore ci trasforma in una cosa sola (Gv 17,20). Questa preghiera ci aiuta a ritrovare l’unità pur vivendo la dispersione ed è maestra del mistero dell’amore tra Dio e noi, dove convivono amore, lontananza e comunione.

https://archden.org/religious_order/missionaries-of-charity-m-c/#.XNL7Mo4zbIX

Essere nuova creatura (Gal 6,15)

di Pietro Coppa

22 Aprile 2019: Aeroporto di Genova, ore 13.40. L’addetta al controllo dei documenti dei passeggeri in arrivo dal volo proveniente da Tirana, dopo aver visionato la mia carta d’identità, mi chiede sorridendo: «Vacanza?» E io, divertito: «No, in realtà sono un religioso e sono stato in Albania per un’esperienza apostolica». Tralasciando il fatto che un simile dialogo con me come protagonista, l’avrei bollato come fantascienza fino a qualche anno fa, desidero raccontarvi qualcosa del periodo che ho trascorso nel paese delle Aquile.

Uno dei ricordi più belli che conservo è l’incontro con le Missionarie della Carità, l’istituto religioso femminile fondato da Madre Teresa. Durante il periodo che ho trascorso a Tirana e a Scutari, ho prestato servizio più di una volta nelle loro residenze e ho potuto conoscere da vicino il loro lavoro. Ciò che caratterizza il loro carisma è l’impegno a servire “i più poveri fra i poveri” e vi assicuro che incarnano questo ideale alla grande. Nelle strutture da loro gestite, sono accolti e ospitati in maniera stabile, persone affette fin dalla nascita da gravi disabilità sia fisiche che mentali e per questo rifiutate dai genitori, e diversi anziani che per ragioni d’età non sono più autosufficienti e che, privi dell’aiuto della famiglia, non ricevono più alcuna forma di assistenza. Ogni giorno provvedono tutto ciò che è necessario per assicurare loro una vita dignitosa.

A stupirmi però non è stato quello che fanno! Quello che mi ha sconvolto è il loro aspetto angelico. Nonostante conducano una vita molto austera, caratterizzata da numerose privazioni e osservino un ritmo di lavoro difficile da sostenere, il loro volto è sempre raggiante, una maschera di pace e di gioia, roba da fare invidia a un monaco buddhista. Sono molto gentili e accoglienti con gli ospiti, sempre mansuete e pazienti con le persone di cui si prendono cura e anche capaci di umorismo e ironia. Frequentando le loro residenze si capisce in concreto di cosa parlava Paolo quando diceva che ciò che conta è “l’essere nuova creatura” (Gal 6,15). Parlando con loro, si rimane poi colpiti sentendole affermare che il servizio ai poveri, la loro principale occupazione, non è il centro della loro vita e che tutto il loro impegno ha origine e trae senso dalla relazione con Gesù, che ci trasforma e che ci rende sempre più simili a Lui.

Questo incontro mi ha confermato nella certezza che il servizio ai fratelli e la preghiera regalano quella pienezza cui aspiriamo profondamente e che altre ricette non sono in grado di garantirci. Seguire il Signore, a volte può sembrare spersonalizzante, ma è proprio nel decentramento da noi stessi e nella morte del nostro egoismo e del nostro narcisismo che troviamo ciò che realmente desideriamo.

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