GESUITI noviziato
Noviziato della Provincia Euro-Mediterranea della Compagnia di Gesù
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http://5p2p.it/2014/08/04/cento-volte-tanto.html

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Cento volte tanto

19 Giu 2018

Durante il noviziato capita spesso di avere la sensazione di vivere in prima persona quanto è raccontato nei vangeli. Per aderire davvero alla buona notizia, per interiorizzarla, si deve fare esperienza concreta. Non a caso, Gesù, a chi gli chiedeva: “dove dimori?” rispose: “venite e vedete”.

Chi abbraccia la vita religiosa sa bene che dovrà ripensare i rapporti con la famiglia di origine. Le occasioni per condividere del tempo con i parenti più stretti e con gli amici di sempre, si ridurranno all’osso. Com’è naturale che sia, ognuno di noi vive quest’aspetto della nostra scelta come una rinuncia. Nel Vangelo è Pietro a dare voce a questa difficoltà: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito”. A questo punto il Signore rassicura i discepoli sul fatto che l’abbandono dei luoghi della quotidianità e delle persone più care, non si tradurrà in una vita priva di affetti. Al contrario, assisteranno al moltiplicarsi delle relazioni di amore e di amicizia.

Di questo ho fatto esperienza già dai primi mesi di noviziato e non ci ho messo molto a percepire Villa S.Ignazio come la mia casa e la comunità del noviziato come una famiglia. Di recente, durante un’esperienza di servizio di un mese presso il Cottolengo di Torino, io, Nicola e Ale siamo stati ospitati presso la foresteria della struttura dove vive una comunità di otto studenti universitari. Praticamente da subito, i ragazzi ci hanno accolto calorosamente nel gruppo, offrendoci la loro amicizia e beneficandoci in ogni modo. Si sono offerti di accompagnarci in auto alla Sacra di San Michele e alla Basilica di Superga. Ci hanno portato in alcuni dei locali più belli della città. Con loro abbiamo visto film, giocato a calcetto, avuto conversazioni profonde e interessanti, vissuto situazioni esilaranti.

È proprio vero che non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa di Gesù e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto.

Continuiamo il cammino in attesa delle persecuzioni e della vita eterna!

Ph. Guglielmo Scocco

L’origine delle parole

di Guglielmo Scocco

Vi sono parole delle quali, nel corso del tempo, si è perso il significato originario. Molto spesso questo accade per parole che usiamo frequentemente: a forza di ripeterle, il senso particolare che avevano all’inizio, conosciuto solamente da alcuni, si perde. Altre volte la nascita di una parola – o un significato particolare che essa può aver preso anche successivamente alla sua nascita – risalgono a secoli lontani. Se non si è degli specialisti di linguistica è quasi impossibile cogliere l’origine di una parola senza svolgere delle ricerche al riguardo. Vi farò degli esempi prendendo i due termini che ho usato nel titolo di questo articolo: “parole” e “origine”.

Nel  latino classico “parlare” si diceva loqui e “parola” verbum; da dove vengono allora questi termini? Qual è la loro etimologia? Vi darò un aiuto: prima di giungere al volgare “parlare” si è passati per una fase intermedia in cui, nel latino tardo-antico, l’azione di comunicare oralmente qualcosa a qualcuno veniva espressa con il verbo parabolare. Adesso avete qualche elemento in più per giungere alla soluzione. Con la diffusione sempre più capillare del cristianesimo nell’impero romano dei primi secoli al verbo classico loqui – deponente e quindi anche più difficile da declinare – ha iniziato ad affiancarsi, per poi sostituirlo definitivamente, il neo-coniato parabolare, letteralmente “esprimersi con parabole”, come cioè aveva fatto qualche secolo prima colui che per alcuni era figlio di Dio; per altri Dio stesso; per tutti, in ogni caso, l’annunciatore di quella buona notizia secondo la quale Dio è un padre buono e ama e perdona tutti i suoi figli: Gesù. I Vangeli – dal greco evangelion: buona novella – si erano ormai diffusi così profondamente da arrivare a modificare il linguaggio stesso delle persone. Quando la lingua non ha parole in grado di esprimere ciò che ti è successo, le emozioni che hai sentito, la conversione che hai vissuto, ti trovi costretto a inventarne di nuove; e la lingua, così facendo, si converte con te.

Il secondo termine, “origine”, ha una storia etimologica forse più semplice ma che ci permette di addentrarci in un campo semantico veramente ricco e affascinante: “origine” deriva dal latino oriri; che significa “nascere, provenire, cominciare”. Proviamo ora a vedere quali altri termini derivano da questo stesso verbo; uno è “oriente”, potete supporre il perché questa parola derivi da un verbo con un significato così apparentemente lontano? Grammaticalmente “oriente” sarebbe il participio presente del verbo oriri e significherebbe “colui che nasce, colui che ha inizio”; e chi, se non il sole, è “colui” che ogni mattina inizia il suo cammino nascendo all’orizzonte, sorgendo a oriente? Quella sezione di cielo – l’est – dove il nostro astro inizia il suo corso è diventata il luogo dell’inizio per eccellenza e gli antichi hanno iniziato a chiamare l’est oriente – “colui che nasce, colui che sorge” – fondendo il soggetto che compie l’azione (il sole) con lo spazio dove questa azione viene compiuta: quello spicchio di cielo, con il tempo, è diventato esso stesso oriente. Quando poi i primi cristiani – ormai non più perseguitati – hanno iniziato a poter costruire le loro prime chiese, decisero di orientar-le, di dirigerle cioè verso oriente, verso il sole che sorge; simbolo di quel Cristo ri-sorto che vive in noi e che con la sua luce vince ogni giorno le nostre morti, le nostre oscurità, le nostre notti. Un’altra parola che ha questa stessa radice è “originalità”; possiamo dunque dire che per essere originali, nella vita così come nel linguaggio, bisogna essere originali: tornare cioè all’origine riscoprendo i significati nascosti e incastonati inesauribilmente nelle parole.

Per oggi è venuta l’ora di salutarci: vi lascio con un’espressione che nel suo originale dialettale – dal veneziano s’ciao – avrebbe significato il mettermi nelle vostre mani come schiavo, come servo.

Allora ciao, e alla prossima,

Guglielmo

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