GESUITI noviziato
Noviziato della Provincia Euro-Mediterranea della Compagnia di Gesù
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https://pixabay.com/photos/stone-nature-plant-flower-rock-1561036/

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Info

UNA FERITA CHE DIVIENE FESSURA

Il percorso di formazione gesuita prevede, nell’arco del noviziato, un’esperienza di circa un mese presso una struttura che si occupa di assistenza sanitaria. Nello specifico della nostra provincia, la Compagnia ha scelto ormai da molti anni di collaborare con la Piccola casa della Divina Provvidenza, meglio nota come Cottolengo. Il novizio è chiamato ad affiancare il personale offrendo il proprio contributo nelle operazioni relative alla cura del paziente ed al corretto funzionamento del reparto. In concreto, si tratta di collaborare in attività dedicate all’igiene e nutrizione degli ospiti ed al riordino dei locali nei quali opera. L’esperienza però offre soprattutto la preziosa opportunità di incontrare l’umanità sofferente, segnata dalla disabilità, dalla malattia o dal peso degli anni.
Quando si affronta il tema del dolore l’atteggiamento non può che essere contrassegnato da un certo pudore; mi limiterò pertanto a condividere alcune risonanze personali germogliate durante la mia esperienza al Cottolengo di Torino in un reparto accostabile ad una casa di riposo, senza alcuna pretesa di universalità.

Un aspetto dell’esperienza che mi ha colpito riguarda l’autenticità delle relazioni che si sono venute a creare. Il dolore scava, scaraventa di fronte alla realtà della nostra condizione. Siamo fragili, totalmente bisognosi gli uni degli altri. Il mito dell’autonomia e dell’indipendenza, perennemente corteggiato nella nostra esistenza, si scontra con l’inesorabile realtà della condizione umana, che trova proprio nella debolezza il suo momento di verità. E la debolezza disarma; senza pietà e forse proprio per questo con misericordia.

Se questa fragilità viene accolta, rispettata e persino benedetta, può però trasformarsi in privilegiata occasione di incontro. Si ha infatti l’impressione che, proprio quando e poiché, ogni altra cosa è perduta e ogni maschera strappata, la relazione possa davvero trovare il suo posto nel cuore dell’esistenza. Relazione con gli altri, relazione con Dio. Relazione tra persone, tra chi è sano e chi no, tra chi ha bisogno di aiuto e chi invece è in grado di offrirlo. Relazione con Dio, che come diversi ospiti mi hanno inequivocabilmente dimostrato, non manca di inabitarci donandoci forza e pace anche nelle peggiori tempeste, se solo acconsentiamo, talvolta come ultima ancora di salvezza, a consegnargli il timone della nostra vita.

E’ forse per questo che nonostante la grande sofferenza incontrata, il Cottolengo è apparso ai miei occhi come un luogo traboccante di vita. Un luogo in cui è stato possibile contemplare il bene germogliare tra le pieghe del dolore, la fragilità farsi tramite di una Bellezza, rivelandosi, per citare un’espressione di un fratello cottolenghino, “una ferita che diviene fessura”.

 

Stefano Guadagnino, novizio del primo anno

Il buon samaritano

di Benedek Rácz

Spingo frettolosamente il carrello con 100 lenzuola impermeabili (2 confezioni da 50), 4
federe (sì, è tutto quello che è arrivato questa volta), un sacchetto di tubetti di dentifricio e
altri due cartoni di materiale da cucina. Mi affretto lungo il corridoio, dato che qui, durante il
periodo di esperimento in ospedale, continuo a ricevere compiti diversi, che – dopo il silenzio
della casa del noviziato – sussurrano piacevolmente: “sei utile!”
Mentre corro, all’improvviso qualcuno chiama da una delle stanze:
– Benny!
– Ma ho un lavoro importante da fare! – mi dico – ho da fare, ho le 100 lenzuole
impermeabili (quelle confezioni da 50), 4 federe (quelle che sono arrivate), il sacchetto di
tubetti di dentifricio e…
– Benny! – Stessa voce, che cela una storia di vita di 90 anni: fatta di tempeste e sole.
– Benny!
– Non ho tempo ora! – dico sempre a me stesso, ma sento il mio cuore affondare: Perché
chi ha tempo se non io? Io, che ho lasciato “la mia casa, il mio paese, i miei fratelli, i miei
genitori”?
Bene, io fermo il carrello, con le 100 lenzuole impermeabili e tutte le altre cosette che mi
porto dietro. Ho tirato i freni. Entro nella stanza. Mi accovaccio, inizio ad ascoltare quella
voce tremante, che è difficile da capire, ma racchiude 90 anni di vita: i genitori e il villaggio, il
rifugio e le bombe, il marito e il lavoro, i desideri e le mancanze, le ferite e i fallimenti. Tutto.
E la gioia di avere finalmente qualcuno che ascolta.
(cfr Lc 10,30-35; Lc 18,29)

Benedek Rácz

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