GESUITI noviziato
Noviziato della Provincia Euro-Mediterranea della Compagnia di Gesù
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Il mio piede destro

di Daniel Nørgaard

È ormai tradizione che chi viene dal Nord-Europa a fare il noviziato in Italia incontra dure prove ed agonie. Basta pensare a S. Stanislao Kostka della mia stessa provincia, la Polonia del Nord, che nel 1568 morì nel noviziato a Roma dopo una malattia dolorosa. Mi vengono anche in mente i santi Henry Walpole e Robert Southwell, che dopo la formazione nello stesso noviziato furono mandati in Inghilterra dove subirono un martirio straziante nel 1595.

Era perciò ovvio che io, dopo un anno già segnato dal covid19 e da un lutto famigliare, ero destinato a ulteriori patimenti.

Quando alla fine di ottobre caddi vittima di questo mio crudele destino sul nostro campo da calcio con una distorsione della caviglia, potei pensare “prendi e ricevi, Signore, anche questo”. Ebbi la chiara consapevolezza di essere lontano dal livello di santità dei compagni del Nord-Europa che mi avevano preceduti. Ma subito vidi un’opportunità per meglio imitarli. Portato in stanza e fatto sdraiare sul letto, il misto tra il mio fanatismo religioso e l’effetto dell’adrenalina che si diffondeva nel mio corpo dopo l’impatto doloroso, provocò in me l’aspettativa di un’estasi mistica. Immaginai che se fossi riuscito a consegnarmi pienamente al Signore in questa mia povertà e ad unirmi alle sofferenze di Cristo, sarei stato elevato a uno stato di unione con Dio che fino ad allora avevo solo sognato. Poteva diventare la mia Pamplona, come per S. Ignazio! Vidi già come l’iconografia in futuro mi avrebbe dipinto a letto con un crocifisso in un braccio e un pallone nell’altro.

Seguirono giorni poi nei quali tentai di trasformare il mio incidente in un’esperienza religiosa per elevare la mia anima verso Dio, ma non ci riuscii. Non sperimentai illuminazioni consolanti, e non sentii la vicinanza di Dio. La mia vita spirituale diventò una continua distrazione di pensieri su come avrei potuto evitare l’incidente e di sentimenti di autocommiserazione e rabbia.

La parte pia di me volle ancora offrirsi a Dio, ma la parte umana di me non ce la fece a liberarsi da tutti questi pensieri e sentimenti naturali. Su quel letto di dolore non giaceva un santo, ma un uomo prigioniero del suo ego. Che desolazione! E Dio continuava ad essere assente.

Sembrai a me stesso un pagano, e cominciai a dubitare della mia scelta di vita religiosa, quando all’improvviso mi si presentò un pensiero: Ma Lui ti ha scelto! Lui conosce tutti i tuoi difetti, eppure ti ha scelto per seguirlo così come sei.

La mia fantasia distorta di un santo con un sorriso insieme sofferto ed eroico non era un’offerta gradita a Dio, l’aveva infatti ignorata. Lui voleva me, così come sono con la mia umanità ferita, con un piede dolente che causa malumore.

Il mio piede destro non mi ha procurato esperienze mistiche, e non sono riuscito a conquistare virtù eroiche attraverso la mia malattia. Ma mi ha fatto ricordare che sono umano, e che il Signore mi chiama così. Consolato ho deciso di seguirlo così, zoppo.

2021-01-02 Daniel Nørgaard – novizio del secondo anno.

Intervista con Adele Andreoli, insegnante di spagnolo e d’inglese

17 Mar 2021

Una volta alla settimana alcuni di noi seguono un corso di spagnolo ed altri un corso d’inglese. Dal 2018 Adele Andreoli insegna lingue ai novizi gesuiti.

Come hai conosciuto i gesuiti?
Già durante gli anni dell’adolescenza avevo sentito spesso parlare dei gesuiti e delle loro proposte per i giovani da parte di alcune mie amiche che facevano parte del MEG (Movimento Eucaristico Giovanile), partecipavano a campi a Selva, seguivano percorsi spirituali ed esperienze guidate. Anche nel mio percorso scout ho avuto la fortuna di incrociare qualche novizio gesuita (ricordo in particolare Padre Gabriele Semino) che svolgeva il suo apostolato presso il mio gruppo, Genova 26, quando io avevo 13/15 anni.

Diciamo però che una conoscenza più approfondita e consapevole c’è stata solo a partire dal 2016 quando, sempre grazie alle testimonianze di amici, ho deciso di intraprendere il percorso dei VIP, esercizi nella vita ordinaria, guidato all’epoca da Padre Cavallini, Padre Mattaini e Padre Ray Pace insieme ad altre guide. L’esperienza è stata talmente intensa e positiva, rispondeva così bene a quello che cercavo, che la stessa estate ho preso parte al pellegrinaggio in Terra Santa organizzato da Padre Cavallini, Padre Iuri Sandrin, Padre Matteo Suffritti e Padre Antonio Ordóñez, che ci ha lasciati poco tempo fa.

Da quel momento la mia “frequentazione” dei gesuiti è continuata in maniera abbastanza costante, dalle messe al Gesù, a settimane di esercizi spirituali, percorsi spirituali prima individuali e poi di coppia, guidati da Padre Agostino Caletti, fino alla conoscenza e frequentazione del noviziato e dei novizi che in questi anni hanno partecipato alle lezioni di spagnolo e di inglese.

C’è una cosa che caratterizza i novizi che hai incontrato in questi anni?
Sono persone in ricerca, che si mettono in gioco in maniera autentica, coraggiosa e libera per capire se quella della Compagnia sia effettivamente la strada per loro. Nonostante l’apparente immobilità della vita nel noviziato, a me sembra di intravedere un moto continuo, una grande trasformazione durante il loro percorso, sicuramente grazie anche alle proposte e alle esperienze che vivono in questi due anni.

Che cosa sogni per la Chiesa nel futuro, e cosa può fare la Compagnia di Gesù per realizzare questo sogno?
Sogno una Chiesa aperta al dialogo e dove la comunità sia e si senta sempre più protagonista e parte attiva della vita della Chiesa. Una Chiesa accogliente e inclusiva, capace di ascoltare e leggere i segni dei tempi e di aprire non solo metaforicamente le porte a chi viene lasciato al margine nella nostra società.

Nella mia breve e limitata conoscenza della Compagnia ho trovato spesso questa apertura, la disponibilità al dialogo, ma soprattutto un modo di annunciare e “spezzare” la Parola che per me è stato rivoluzionario: la capacità di leggere, meditare e attualizzare il Vangelo come raramente avevo visto prima. Questo ha dato una spinta nuova alla mia vita di fede, una speranza ritrovata e la consapevolezza di essere figlia amata dal Signore.

Sono tanti i modi e i campi in cui la Compagnia è impegnata e lavora nella direzione del sogno che ho di Chiesa: penso alle tante proposte di percorsi di fede per i giovani, all’accompagnamento delle coppie, delle famiglie, ai vari gruppi anche di adulti che esistono, alle comunità di famiglie nate dall’esperienza di Villapizzone, i ritiri di esercizi spirituali, le esperienze estive di cammino, fede e servizio; ma anche le tante realtà di vicinanza e di accoglienza dei più esclusi e vulnerabili, mi vengono in mente San Marcellino, il Centro Astalli. Tutti questi sono strumenti che aiutano ad andare nella direzione di una comunità più consapevole e più partecipe della vita della Chiesa e della responsabilità sociale che abbiamo come cittadini e come cristiani.

Il grande pregio della Compagnia e quello che penso possa continuare a fare è aiutare i giovani e la comunità a leggere i segni dei tempi alla luce del Vangelo, aiutarli a leggere il messaggio che la Parola ha da dire a ognuno nel tempo in cui viviamo, aiutare a discernere e ad agire nel nostro presente in modo da vivere una vita piena.

Puoi condividere con noi una desolazione ricevuta in quest’ultimo tempo?
Non mi viene in mente una desolazione specifica, ma pensando all’ultimo tempo sento piuttosto una desolazione un po’ generalizzata dovuta a questo periodo prolungato in cui le relazioni sono cambiate, le occasioni di incontrarsi davvero sono difficili e vanno ricercate con fatica. È un periodo in cui oltre all’isolamento forzato ho vissuto anche un progressivo allontanamento dagli altri, dagli amici, ma anche dalle persone in generale, dagli incontri casuali. Questa lontananza mi fa sentire forte la mancanza delle relazioni e della comunità, lasciandomi talvolta un senso di smarrimento e desolazione.

Puoi condividere con noi una consolazione ricevuta in quest’ultimo tempo?
Sempre pensando a questo ultimo tempo penso che i momenti di consolazione siano tutti quegli spazi di socialità, incontro e relazione che si riescono a mantenere, i gruppi di cui faccio parte e con i quali ho la fortuna di riuscire a incontrarmi per continuare a camminare e progettare insieme.

2021-03-17

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