GESUITI noviziato
Noviziato della Provincia Euro-Mediterranea della Compagnia di Gesù
iten
facebookTwitterGoogle+

Foto Ricordo

Come colonne salde le gambe reggono sicure la mia posizione eretta. Incedere lento, pochi passi misurati e mi trovo di fronte a tre scalini. Li supero senza fatica, senza evitarne alcuno. Raggiungo il punto stabilito e indicato dalla presenza di un cuscino. Piego prima una poi l’altra gamba. Sono in ginocchio, col capo chino, pupille puntano verso una zolla di bianca cellulosa su cui leggo parole scritte da me con inchiostro nero. È la calligrafia partorita dalla mia mano destra, garantita dalla firma. Piuttosto che colonne, ora le gambe piegate attraversate da un leggero tremolio assomigliano a canne di bambù scosse dal vento. È l’emozione, è un caleidoscopio di emozioni, è la forza del senso di una vita che va spalancandosi.
Devo leggere, mi è porto il microfono. Temo, temo che la voce grave e chiara sia intimidita dall’evento. Comincio. Ci sono e ce la faccio. Non corro, le parole le sento uscire dalla bocca scandite bene. Il sudore invece accelera un pochino. Non alzo gli occhi. Riduco quel momento a un incontro tra pochi intimi: io, la formula, il Signore.
Giungo all’ultima frase, l’impegno della voce sembra essere troppo. La pronuncia dell’ultima frase è una via impervia. Mi viene in mente un’altra voce, quella di una mia amica: “Per poche cose vale la pena compromettere la vita, la consacrazione è una di queste. Coraggio, salta!”
Anche l’ultimo passo è compiuto. Il microfono è allontanato dalla bocca. Mi rialzo. L’Eucarestia è ancora maestosa e discreta davanti a me. Accade uno scambio veloce.Trovo padre Agostino alla mia sinistra. Gli do il foglio, lui la croce a me. Sul retro reca il nome di una città, Gerusalemme. Il caleidoscopio interiore inizia lentamente a dirigersi verso il silenzio. Dentro me qualche pensiero va, qualcuno arriva: è come un fiume che scorre su un letto di silenzio. È stata varcata una soglia di scelta e di mistero, e uno dei primi ad attendermi è lì, è il silenzio. Non è tuttavia da solo. È in compagnia della gioia. Di nuovo pochi passi misurati e ritorno al mio posto, resto in piedi come sentinella attenta ad ascoltare il salto degli altri compagni dopo di me.

 

Italia, Genova, Chiesa del Gesù. É un caldo pomeriggio del 14 settembre 2019. La città gode di una giornata di un pomeriggio di mare. Ma non per tutti. C’è una messa alle 16:30 in cui alcuni, chiamati novizi, scelgono di entrare per tutta la vita nella Compagnia di Gesù.
Sono in sei, senza farlo apposta tutti in camicia bianca, disposti ai lati dell’altare. Uno per volta s’inginocchia davanti all’altare e  ll’Eucarestia per pronunciare i loro voti, una semplice formula con dentro il loro nome. Un passo che è stato preparato da lontano.
Sono passati circa ventitré mesi e mezzo dall’inizio del noviziato. Si è al termine di un viaggio ricchissimo di scoperte. Molti eventi sono  avvenuti dai primi giorni passati in questa grande casa a prendersene cura. C’è voluto del tempo per renderla casa nostra.
Fino ai periodi fuori , gli esperimenti, dal silenzio del mese di Esercizi Spirituali alla polvere calda del pellegrinaggio in povertà. Da Torino a Milano, dalle Alpi alla Sicilia. Così si è snodato il nostro percorso. In quest’antica chiesa della Compagnia sono presenti molti spettatori. Le facce rivolte a quei sei, lì davanti all’altare. I volti raccontano le tante storie incrociate da noi novizi in questi due anni. Alcuni sono sorpresi, alcuni forse commossi, alcuni tendono il collo per vedere meglio che sta succedendo. Forse si aggirano fra loro pensieri come: “ Ce la faranno?” “Sarà emozionato?” “ E poi che gli succede?” “Ma doveva proprio partire?”
Tante strade sembrano convergere qui: i formatori del noviziato, che hanno sostenuto e supportato ciascuno di noi, ciascuno di loro a modo proprio, nell’ascolto e con affetto. I genitori, che hanno visto noi, figli allontanarci e ora sono lì. Forse ora possono sentirsi stranamente vicini a quei figli che sentivano così lontani. Ci sono i compagni novizi che hanno già fatto questo passo e quelli che lo faranno l’anno prossimo. Sono forse riuniti in un senso di catena, come un passaggio di testimone. Infatti, fra i banchi alcuni sguardi fanno intuire un’intesa basata sulle comuni esperienze, forse non facili, avute a fianco a fianco. Poi forse ci sono i volti di chi ha incontrato come novizi nei vari servizi.
Sembra così che i vari pellegrinaggi, non solo fisici, di questi novizi convergano qui. Nel caldo sole di Genova sembra che una strada si apra. Ciascuno si rialza in piedi, un po’ barcollanti. Ci si abbraccia. La messa è finita e sul volto di noi sei novizi rimane un sorriso, un po’ stanco forse ma sincero.
Questa è la nostra foto ricordo dei voti.

Alessandro Cocozza e Carmine Carano, scolastici gesuiti

Estate SJ

di Giacomo Mottola

Eccomi dall’altra parte dello schermo a distanza di sei anni. Già, perché ricordo bene quell’estate dopo il primo anno di seminario in cui passai in rassegna tutte le pagine del sito del noviziato per leggere delle esperienze vissute dai novizi. Leggendo le loro attività estive iniziai a sentire, sempre con maggiore chiarezza, il desiderio di vivere in questo modo. Sebbene i racconti delle esperienze estive fossero così accurati che mi sembrava di viverle mentre le leggevo, al termine di questa estate devo riconoscere che farle è ben più impegnativo che leggerle comodamente sul divano.

Certo io immaginavo di passare da un’esperienza all’altra sempre pronto ad impegnarmi fino in fondo, in perfetto spirito di obbedienza ai miei superiori, ma ho scoperto che l’obbedienza non è solo un aspetto esteriore. Non basta fare quello che ti hanno chiesto e farlo al meglio. Quando mi sono trovato di volta in volta in contesti nuovi in cui non conoscevo nessuno, o quasi, mi sono accorto che una parte di me iniziava a giocare in difesa e tutta una apparente serie di buoni motivi era pronta a sostenere che andava bene così, infondo io avevo obbedito ma una parte di me non era lì presente e perdeva l’occasione per imparare, sperimentare e coinvolgersi.

Grazie ai consigli di un gesuita responsabile di una delle attività a cui ho preso parte ho imparato una grande lezione quest’anno. Le situazioni sono oggettive ma le interpretazioni sono relative. Ci sono situazioni di lavoro che possono essere più facili di altre ma sta a noi scegliere se considerare quella difficoltà come una minaccia da cui difendersi o come una sfida da affrontare. Ho poi notato che quotidianamente vengo a contatto con situazioni che posso percepire come sfide o come minacce. Esaminando frequentemente la mia coscienza per esaminare dove ho agito in difesa e dove invece mi sono messo in gioco, sto scoprendo ogni giorno aspetti nuovi su cui lavorare per imparare a fidarmi sempre di più del buon Dio.

Giacomo Mottola

Commenti

Lascia un commento
Chiudi notifica

Gesuitinetwork - Normativa Cookies

I cookies servono a migliorare i servizi che offriamo e a ottimizzare l'esperienza dell'utente. Proseguendo la navigazione senza modificare le impostazioni del browser, accetti di ricevere tutti i cookies del nostro sito. Qui trovi maggiori informazioni