GESUITI noviziato
Noviziato della Provincia Euro-Mediterranea della Compagnia di Gesù
iten
facebookTwitterGoogle+

Il primo giorno di scuola

06 Dic 2020

Arrivo a Genova il 3 ottobre, in un tiepido e sonnacchioso pomeriggio di inizio autunno. È la prima volta che metto piede in Liguria. Percorrendo la strada che dall’aeroporto conduce alla casa del noviziato, dal finestrino, vedo scorrere fuori edifici, scorci, angoli, piazze mai visti prima. Sullo sfondo, invece, vedo il porto, la grande Lanterna e infine la distesa azzurro-verde del mare che mi ricorda tanto gli anni vissuti a Napoli e che sempre mi allarga il cuore. In giro c’è poca gente: sono i primi giorni della lenta e difficile ripresa delle attività scolastiche e lavorative, dopo l’estate, ancora in piena emergenza sanitaria. Per un attimo mi guardo dentro: mi sento un po’ emozionato, forse timido e incerto come il sole che nascosto dietro nuvole grigie di tanto in tanto getta sulla città deserta qualche sprazzo di luce. Finalmente, dopo qualche tornante che si fa spazio attraverso il verde dei giardini, appare la casa. Riconosco l’indirizzo: Villa S. Ignazio, Via Domenico Chiodo, 3.

Varcato il cancello, comincia il noviziato. In effetti, mi dico, sembra proprio il primo giorno di scuola, o almeno la sensazione e l’atmosfera sono le stesse: l’ingresso, il cancello, le stesse farfalle nello stomaco, la stessa impazienza di cominciare, lo stesso desiderio di incontrare e conoscere i compagni, ma anche le stesse piccole paure che in genere accompagnano ogni nuovo inizio. Resta pur vero che ogni inizio è nuovo per definizione, in quanto tale, altrimenti non sarebbe un inizio. Mi piace pensare, però, che questo inizio sia nuovo in un modo per così dire unico. Unico come il primo giorno di scuola. A distanza di un mese e mezzo dal mio arrivo, oggi mi risuonano dentro e mi accompagnano le parole con cui p. Agostino, il padre maestro, ha introdotto il breve ritiro di prima probazione che conclude le prime due settimane di noviziato inaugurando il lungo periodo formativo che è la seconda probazione: “il Signore ci ha chiamati a una novità di vita”. La parola che mi colpisce di più e che in qualche modo segna questo tempo è proprio “novità”.

La stessa parola noviziato contiene, nella sua radice latina che la lingua italiana conserva, questo misterioso rimando alla novità: sento che il noviziato è il tempo in cui si impara a vivere la novità. E, in generale, imparare significa tornare un po’ bambini sui banchi di scuola. Come sui banchi di scuola, a volte, nella vita possiamo trovarci impreparati di fronte al nuovo, ma anche pieni di paura e di stupore. Per questo, mi piace pensare all’identità del novizio come a un bambino a scuola. Gesù stesso nel Vangelo descrive il mistero del Regno come qualcosa di nuovo che può essere imparato, cioè accolto, solo se cambiamo mentalità e diventiamo come bambini (cf Mt 18, 1-5; Mt 11, 25-30). Come bambini il primo giorno di scuola.

2020-12-06. Christian Lefta – novizio del primo anno

In “itinere” stat virtus – Riflessione sulla festa di San Stanislao

25 Nov 2025

 

Caro lettore, cara lettrice,

qualche giorno fa, il 13 novembre, la comunità del noviziato ha festeggiato una ricorrenza significativa: la festa di San Stanislao Kostka, patrono dei novizi gesuiti. Per noi è stata una fruttuosa occasione per trascorrere del tempo insieme, anche con altri gesuiti presenti a Genova: quelli della chiesa e del Gesù e coloro che invece era semplicemente di passaggio.

Le ricorrenze dei santi, però, ci aiutano anche a soffermarci e riflettere: chi era Stanislao Kostka e perché è diventato patrono dei novizi?

Stanislao, un giovane polacco proveniente da un casato nobile, nacque nel 1550 e morì a soli 18 anni nel 1568. Come molti novizi dopo di lui, conobbe i gesuiti durante i suoi studi: i genitori, infatti, lo avevano inviato insieme al fratello a Vienna, nel collegio dei gesuiti da poco fondato (siamo nei primi decenni della vita della Compagnia di Gesù). Il suo desiderio di entrare nell’ordine, maturato in quegli anni, fu molto osteggiato dai suoi genitori. Per questo scappò e percorse dapprima più di 500km da Vienna a Dillingen (Germania) dove incontrò San Pietro Canisio [v. immagine]; poi, con l’approvazione di quest’ultimo, si recò (sempre a piedi) a Roma per entrare nel noviziato dei Gesuiti a Sant’Andrea al Quirinale.

Quando morì, il 15 agosto 1568, era stato novizio per meno di un anno, ossia meno della metà del tempo di noviziato. Eppure è diventato nostro patrono! La domanda quindi sorge spontanea: come mai Stanislao è diventato santo, e per di più patrono?

Leggendo agiografie si scoprono tanti aneddoti che rivelano tratti di autentica santità. Ciò che mi colpisce maggiormente, però, è soprattutto l’aspetto del cammino.

Infatti, si potrebbe legittimamente pensare che Stanislao sia morto troppo giovane per vivere la propria vocazione! E se invece non fosse così? E se invece la sua vocazione fosse stata proprio quella di peregrinare per mezza Europa e morire appena entrato in noviziato?

Non abbiamo bisogno di essere qualcuno o avere qualcosa di diverso da quello che siamo e abbiamo per servire, amare e vivere con il Signore. Il lungo tempo di discernimento che la Compagnia ci offre prima e dopo il nostro ingresso in noviziato ci aiuta a cogliere il valore del momento presente. Ci invita a dare il nostro “sì” ogni giorno, lungo tutto il nostro cammino. Quante volte avrà Stanislao dato il suo “sì” mentre passo dopo passo percorreva centinaia di chilometri? Camminare verso il Signore, in fondo, è la vocazione di tutta la Chiesa e, di conseguenza, anche di ciascun suo membro.

Ci troviamo attualmente anche nel corso di un anno giubilare. La celebrazione del giubileo è una pratica stabile nella Chiesa almeno a partire dal 1300. Nel corso della storia, mettersi in viaggio non è mai stato semplice e tantomeno privo di pericoli. Perciò non era raro che qualcuno morisse in viaggio. Tuttavia, per la Chiesa, in quel caso, non importava che non uno fosse riuscito a far visita alle basiliche giubilari e compiere gli altri atti ordinariamente richiesti per lucrare l’indulgenza: era come se li avesse già compiuti.

Questo è un bel parallelo, secondo me, che ci mostra come il cammino e l’attesa abbiano un valore proprio e non siano semplicemente dei riempitivi. Essi sono necessari e hanno un valore pari a quello dell’obiettivo. Del resto, che cos’è un obiettivo raggiunto se non l’inizio di un nuovo cammino?

Il salmo 84 dice: “Beato chi trova in te la sua forza / e decide nel suo cuore il santo viaggio”. La forza per il suo lungo ed estenuante viaggio Stanislao non la trovò nelle sue gambe – o almeno, non solo! Il cammino verso il Signore che ciascuno di noi compie, inoltre, spesso non è nemmeno spaziale, ma è un cammino interiore, altrettanto impegnativo: quello del nostro cuore.

Possa San Stanislao ispirare e accompagnare anche te nella tappa del cammino verso il Signore che stai vivendo, qualunque essa sia!

 

Buon santo viaggio!

 

Elia Gittardi, novizio del primo anno.

Chiudi notifica

Gesuitinetwork - Normativa Cookies

I cookies servono a migliorare i servizi che offriamo e a ottimizzare l'esperienza dell'utente. Proseguendo la navigazione senza modificare le impostazioni del browser, accetti di ricevere tutti i cookies del nostro sito. Qui trovi maggiori informazioni