GESUITI noviziato
Noviziato della Provincia Euro-Mediterranea della Compagnia di Gesù
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https://www.youtube.com/watch?v=WO3zpnEM2uI

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Cosa faccio qui?

di Giovanni Barbone

Una delle domande più frequenti che mi pongono parenti, amici, o altre persone che incontro a Genova, e che forse ti stai domandando pure tu che leggi in questo momento queste mie righe, e che non rientri nelle precedenti categorie, è spesso: “ma tu cosa fai davvero durante tutto il giorno in noviziato?”

Devo ammettere che davanti a questo quesito mi trovo spesso in difficoltà. Infatti, provare a riassumere il tutto in poche frasi chiare e semplici evitando di sembrare superficiale non è semplice; per questo motivo, di solito, mi limito a fare un resoconto più o meno dettagliato delle nostre ventiquattro ore tipo, includendo i corsi di lingua, gli impegni personali nella casa, ecc.

Tuttavia, dopo aver dato queste risposte generalmente mi sembra di aver raccontato solo una piccolissima parte di quello che realmente vivo qui.

Un’immagine che ha aiutato in primis me a comprendere e interiorizzare come trascorro il mio tempo è quella di quando vado a fare un due tiri al canestro nel nostro campetto polifunzionale, dove a volte hanno luogo anche epiche sfide a pallavolo tra noi novizi.

Chi gioca, o ha giocato, a pallacanestro, sa molto bene che una delle cose che si sperimenta tornando dopo moltissimo tempo a calcare il parquet, nel nostro caso, il cemento, è la difficoltà nel compiere in maniera naturale il semplice meccanismo di tiro.

Di per sé questo potrebbe sembrare estremamente banale: si piegano le gambe, con i piedi rivolti al canestro, si prende la palla con la propria mano forte, lasciando uno spazietto tra il palmo e la sfera, cercando di formare tre angoli retti con le articolazioni di polso, gomito e spalla, mentre l’altra mano ha il compito solo di sostegno laterale per la palla. A questo punto, tenendo lo sguardo sul ferro interno del canestro, si dovrebbe eseguire un movimento continuo che porti a distendere tutto il corpo e come mi raccomandava il mio allenatore, al momento del rilascio della palla, a “spezzare il polso”, portando le dita, in maniera figurata, all’interno del canestro.

Di per sé il tutto sembra abbastanza semplice, anche perché stiamo parlando di basket non di fisica teorica. Eppure la fluidità dell’intero movimento e il rigore con cui si eseguono questi facili movimenti, sono spesso alla base del buon esito di un tiro, assieme al capire come impiegare le proprie forze. Infatti all’inizio, a causa della fretta, tendevo spesso o ad accelerare alcuni movimenti, oppure a dimenticare di eseguirne degli altri perché mi soffermavo su un solo passaggio.

In ogni caso, quello che ne veniva fuori di solito era un deludente tiro sbagliato; per non parlare di quando, preso da qualche delirio di emulazione di altri, mi mettevo a tirare da sette – otto metri, facendo aumentare la gravità dell’errore in maniera esponenziale.

Quindi l’unica soluzione davanti ai miei primi terribili e dolorosi sbagli è stata quella di armarmi di santa pazienza e decidermi a ripartire dalle basi e pian pianino, iniziando da una distanza pressoché inesistente, in maniera molto diligente, riprendere e rendere naturali, prima nella testa e poi nel corpo, tutti i movimenti necessari.

Tutto ciò non è stato alla fin fine molto differente, per me, da quello che ho fatto quotidianamente in questi primi mesi in noviziato. Si è trattato di un periodo privilegiato della mia vita in cui ho potuto riprendere in mano tanti aspetti, situazioni, relazioni che mi hanno anche aiutato ad arrivare fino a qui, ma che a causa del disuso o del non corretto impiego attuale, avevano bisogno di una seria revisione.

E così, con calma, ripartendo a volte dall’inizio, ho potuto cominciare a ridare la giusta collocazione a differenti ambiti della mia storia, senza troppa fretta, facendo attenzione anche a quelli che potrebbero sembrare dei semplici “dettagli”, ma senza distogliere lo sguardo dalla visione globale di insieme.

Inoltre, come nello scontro con i miei piccoli errori “tecnici” di un semplice tiro a canestro così pure nella preghiera, un aspetto importante da tenere in considerazione per me, è stato quello di imparare a saper dare il giusto tempo alle cose: a non voler accelerare i tempi, anzi a volte anche essere disposti a ricominciare da capo, per poterle quindi metabolizzare e portare in profondità, ricordandosi\imparando che molto di quello che raccolgo non dipende da me.

Quindi, ritornando alla domanda iniziale, “che cosa faccio qui?” la risposta, parafrasando i Foo Fighters, è, in fin dei conti:“sto imparando a tirare a canestro di nuovo”.

“Ma saranno francesi?”

di Filippo Carlomagno

Solito gruppetto di noi noivizi, a una mia freddura Pietro mi guarda e ridendo, indicando un gruppo di turisti, mi dice : “immagina se ci sentono!”.
Ma io che avevo provato a capire cosa loro dicevano e avendo sentito l’accento francese mi giustifico dicendo: “ma so francesi!”.

L’umorismo fa parte della nostra quotidianità, basti pensare che se l’aggettivo “spiritoso” deriva da “spirito” per chi coltiva la vita spirituale non può non essere un elemento familiare.

Anche K.Rahner riflettendo sull’ironia diceva: “Dio ride, dice la Scrittura. E, con ciò, afferma che perfino il più minuscolo riso puro e argentino, che scaturisce da non importa dove, da un cuore retto, dinanzi a una qualsiasi idiozia di questo mondo, riflette un’immagine e un raggio di Dio. È un ricalco di Dio il cui riso sta a dimostrare che, in fondo, tutto è buono alla fin fine”.

L’atteggiamento umoristico serve a relativizzazzare, a guardare criticamente positività e negatività
delle avventure della vita, porta con sé il senso delle proporzioni, e prende con leggerezza ed elasticità se stessi e gli altri.
“Sa vivere, in una parola, dentro le contraddizioni e viene considerato ora come un lubrificante ora come un abrasivo che sblocca rigidità e chiusure, ed è una valvola di scarico delle tensioni e, infine, è un’esperienza liberatoria.” utilizzando le parole del padre Barnabita, Gentili.

Si può sperimentare come l’ironia e il senso dell’umorismo siano un atteggiamento che aiuta, anzi direi insegna a trascendere tutto ciò che non è Dio, continuando a viverlo nell’esperienza di Dio, trovando un senso nelle circostanze che si vivono. Aiuta quindi a vedere tutte le situazioni che ci circondano e a contemplarne la profonda umanità e creaturalità suscitando di conseguenza un atteggiamento di amore e compassione, per partecipazione, al mondo e alla storia che viviamo.

“Questo sguardo di tenerezza e di indulgenza ci dà la grazia – poiché di una vera grazia si tratta – di ridere di noi stessi: dei nostri fallimenti, dei nostri sogni infranti, dei nostri voli mancati. Il cristiano che ha il senso dell’umorismo, quando cozza contro la disillusione, comprende e sorride: comprende i suoi limiti e sorride del crollo delle sue illusioni. Se da un lato l’umorismo, come senso del relativo e del limite, porta al distacco da sé e si stabilisce nell’umiltà, da un altro è un invito alla fiducia, anzi all’audacia” (dall’Editoriale della Civiltà Cattolica Anno 137, vol III, Quaderno 3265 – 5 luglio 1986, Umorismo e vita Cristiana).

In fondo anche S.Ignazio guardando alla sua storia e raccontandola nell’Autobiografia, guardando al pellegrino che era, non riusciva a trattenere battute o riflessioni ironiche su situazioni che aveva vissuto. E non è nemmeno difficile notare una certa ironia, carica allo stesso tempo di una profondità incredibile della sua esperienza personale e spirituale, nel consiglio:
“Prega come se tutto dipendesse da Dio, lavora come se tutto dipendesse da te”.

E poiché “la bocca sorridente rivela quello che l’uomo è” (Sir 19,27), per noi questo atteggiamento di ironia e di ilarità è anche testimonianza e simbolo dell’esperienza di Dio che facciamo.

Poi qualche giorno dopo quella battuta, sempre con un gruppetto di novizi in giro per Genova, me ne era venuta un altra e questa volta, forse ci hanno sentito anche un gruppo di ragazzi che era poco dietro di noi, e guardandoci ci siamo chiesti: “Ma saranno francesi, pure loro?”

Filippo Carlomagno, novizio del primo anno

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