GESUITI noviziato
Noviziato della Provincia Euro-Mediterranea della Compagnia di Gesù
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Come far ridere Dio

di Daniel Nørgaard

Noi gesuiti stiamo per celebrare una disgrazia; più precisamente una gamba fracassata da una palla di cannone. Si tratta della ferita di S. Ignazio di Loyola, durante la battaglia di Pamplona, incorsa il 20 maggio 1521, cioè 500 anni fa. Quella palla, che rompeva i suoi sogni di conquistare onore e fama, lo portò a trovare gioie più profonde ed ideali più alti. Si rivelò così esperienza di grazia e non disgrazia.

Esistono certamente disastri senza frutti positivi, che vanno evitati in tutti i modi. Non bisogna idealizzare le disgrazie. Ma l’esperienza di S. Ignazio dimostra che anche le prove più drammatiche, possono essere occasioni di crescita e di arricchimento. Fallimenti ed umiliazioni sono tra i migliori amici della maturazione umana.

Da giovane seminarista dovevo programmare un pellegrinaggio in bicicletta per un gruppo di giovani. Il prete che doveva accompagnarci mi diceva che dovevamo calcolare qualche chilometro da fare in più ogni giorno, perché avremmo anche sbagliato strada qualche volta. La mia risposta fu: “Ma questo non deve accadere!”.

15 anni e molti chilometri sbagliati più tardi posso dire che non ho più tanta paura degli imprevisti. Quando i nostri piani vengono interrotti succede spesso anche qualcosa di buono. Basta non fissarsi troppo su quello che si è perso.

Di recente, ho perso il viaggio in Spagna con gli altri novizi, perché non ho avuto il risultato del mio tampone in tempo prima della partenza. Ma, in questi pochi giorni, ho vissuto alcune esperienze inusuali: visita di qualche palazzo antico della città, che non conoscevo; momenti di fraternità, come celebrazioni o pasti; un splendido cammino lungo l’Alta Via dei Monti Liguri; la visione di un quadro, raffigurante S. Ignazio in gloria, realizzato dal novizio gesuita Giuseppe Castiglione, nel vecchio noviziato di Genova intorno al 1710 (nella foto).

Un personaggio in un film di Woody Allen dice: “Se vuoi far ridere Dio, raccontagli i tuoi piani”. Dobbiamo cominciare a ridere anche noi, quando si rompono i nostri piani, perché non vuol necessariamente significare disgrazia, ma probabilmente tempo di grazia. Ce lo insegna Ignazio, e per questo vogliamo festeggiare la sua ferita.

2021-05-15 Daniel Nørgaard – novizio di secondo anno

Il mare ci fa ricordare

di Daniel Nørgaard

Sono passati 6 mesi da quando sono entrato in noviziato. Dalla mia finestra guardo ancora con piacere e
gratitudine al mare. Mi aspetta spesso uno spettacolo di luci e colori spalmati sull’acqua dai raggi del
sole. Ma guardo il mare e il porto di Genova in modo diverso rispetto a mezz’anno fa. Cose lette in
noviziato sono entrate nella mia memoria e hanno cambiato il mio modo di vedere.
Per S. Ignazio il mare di fronte a Genova ha offerto dure prove: Quando nel 1524 prese una nave da
Genova a Barcellona “corse grave pericolo di essere catturato” (Autobiografia 53). C’era guerra tra
spagnoli e francesi, e la sua nave spagnola fu perseguitata da navi a servizio della Francia. Quando nel
1535 stesse arrivando a Genova su una nave da Valencia incorse in una tempesta, e il timone si ruppe e i
passeggeri pensarono che “non si sarebbe potuto sfuggire alla morte” (Autobiografia 33).
San Giuseppe Pignatelli arrivò al porto di Genova nel 1768 con 2.500 gesuiti spagnoli espulsi dalla
Spagna, dopo un anno come rifugiati in Corsica. Per una settimana aspettarono a bordo delle navi senza
permesso di sbarcare e con grandi sofferenze. A un certo punto una delle navi stesse per fondare, e
doverono abbandonare quella nave ed ammassarsi sulle altre. All’epoca sono venuti dal noviziato di
Genova con viveri e vestiti per aiutare i rifugiati affannati.
Questi fatti mi colpiscono perché sono accaduti sotto alla mia finestra. Guardando il mare mi vengono in
mente. Non solo i drammi del passato, ma anche tragedie che accadano oggi si presentono quando vedo il
mare. Le immagini di naufragati, che una volta venivano presentate quotidianamente dai media si
presentano ancora alla mia memoria. Mi resta un mistero che il progresso che ha aumentato il nostro
dominio sul mare, non impedisce che migliaia di persone anche oggi vivono momenti di grande pericolo
sul mare. Sempre nel Mediterraneo, un po’ più al sud, muoiono tanti nel tentativo di trovare un futuro
migliore. Se ne sente poco ora, ma accade ancora.
E’ facile, forse addirittura piacevole, dimenticarci delle sofferenze vissute sul mare. Il mare non si
dimentica. Diventa un mezzo di trasporto che mi unisce con i fratelli in affanno. Decido di guardare il
mare con questo sguardo arricchito di memorie. Nemmeno il papa si dimentica. Il 23 febbraio 2020
all’incontro “Mediterraneo frontiera di pace” diceva: “questo mare obbliga i popoli e le culture che vi si
affacciano a una costante prossimità, invitandoli a fare memoria di ciò che li accomuna”.
Ciò che ci accomuna sul mare è soprattutto la nostra fragilità. In mezzo a un elemento così grande e
potente l’uomo ha bisogno di aiuto. Spesso non ci mancano i mezzi per aiutare.
Capisco le paure che fanno dubitare come ce la faremo ad accogliere tutti quelli che vorrebbero venire in
Europa. Ci sono problemi che senz’altro devono essere discussi e risolti. Ma come possiamo permettere
che la nostra paura frena le navi che sono pronte ad aiutare i rifugiati naufragati? Come è possibile che
l’uomo dotato di strumenti per aiutare preferisce veder morire persone in mezzo al mare?
Guardo il mare. La sua bellezza non scompare, ma si mischia con un po’ di tristezza.

Daniel Nørgaard, novizio del primo anno

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