GESUITI noviziato
Noviziato della Provincia Euro-Mediterranea della Compagnia di Gesù
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Pellegrinaggio

Pellegrinaggio in povertà

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C’era una volta…

di Urban Gartner

C’era una volta un lucano, un triestino e uno sloveno che andavano a fare quattro passi. Più precisamente, sono andati a fare quattro passi per dodici giorni consecutivi, da Parma fino a Urbino. I loro nomi erano Filippo, Giovanni e Urban ed erano tre novizi gesuiti che facevano il loro pellegrinaggio di circa 250 km a piedi.

Caro lettore, cara lettrice, sono quasi sicuro che un proposito del genere fa venire una domanda: perché fare un pellegrinaggio? La risposta più ovvia è che si tratta di un’esperienza prevista nell’estate del primo anno di noviziato. Il padre maestro indica il punto di partenza e quello di arrivo e noi prepariamo, su per giù, un itinerario più dettagliato. Ma forse è più interessante raccontare qualcosa del nostro viaggio, per provare a coglierne il senso.

I nostri pellegrini hanno iniziato il loro pellegrinaggio a Parma il sabato 22.6.2019 alle 12:04, con la decisione di approfittare dell’occasione per una sosta al Duomo di Parma e vedere le opere d’arte spiegate dal Filippo, conoscitore d’arte. Dopo un tempo di preghiera, hanno continuato il viaggio. Già qui hanno sperimentato il primo dono di provvidenza. La decisione di rimanere ha risparmiato loro una bella doccia, causata da una tempesta che si è abbattuta intorno a Parma, mentre loro pregavano.
Dopo 14 km della prima tappa, con le gambe un po’ doloranti, sono arrivati in un piccolo centro, dove sono stati accolti dai laici della parrocchia. C’era in corso una sagra del paese e i parrocchiani hanno condiviso un po’ del loro cibo con i nostri pellegrini: tortelli preparati in casa e gnocchi fritti, con affettato.
Successivamente li hanno anche accompagnati nella parrocchia di un paese vicino, per avere ospitalità per la notte e qui i pellegrini hanno partecipato all’adorazione, appena iniziata. Potete indovinare quanto fossero contenti della giornata. Il pellegrinaggio è stato pieno di situazioni del genere.

Ci sono state anche diverse prove. Prima la stanchezza, i dolori alle gambe e il calore per cui soffrivano durante il viaggio. Poi la necessità di organizzarsi tra loro. Si sono scontrati con il problema di cercare e chiedere l’acqua, spiegando che cosa stessero facendo. C’è stato il traffico e la strada dura. Tutte le sfide però sono state occasione di conoscenza reciproca maggiore e di esperienza. Tutto sommato le difficoltà hanno portato tanto di positivo.
E se aveste chiesto loro, avrebbero risposto che le grazie erano molto più numerose delle sfide della strada.
Per esempio; una volta una signora ha spontaneamente pagato per loro un albergo, sapendo soltanto che erano dei pellegrini. Un’altra volta hanno anche partecipato a una “pizzata” preparata da una famiglia che li ha accolti in un modo molto familiare.

Hanno fatto pure un’altra bellissima esperienza di bontà, attraverso la sfortuna. Il sesto giorno, camminando verso Imola, Giovanni percepiva un dolore alla gamba destra che quasi gli impediva di continuare. Quindi si sono fermati nel primo bar vicino alla strada, dove hanno chiesto per le informazioni su come raggiungere l’ospedale più vicino. La barista li ha dato le informazioni e dopo li ha dato anche i soldi per il bus, senza che loro l’avrebbero chiesto. E come se non bastasse poi anche l’infermiera gli ha dato il passaggio per la stazione.

Ci sono stati pure gli scambi tra loro e la gente che li ha incontrati. Il loro pellegrinaggio suscitava meraviglia. Alcuni hanno espresso rispetto per la loro scelta, altri li incoraggiavano. Alcuni li aiutavano, specialmente se chiedevano qualcosa; altri erano ispirati a fare un percorso simile. Molti non sapevano cosa pensare di questi ragazzi, e alcuni, non tanti, avevano reazioni negative.

Questi sono dei bellissimi segni della bontà e attenzione che la gente ancora ha nel proprio cuore anche in questi tempi che sembrano pieni di paura, incertezza e dubbi. Per loro è stata pure una esperienza di come Dio si prende cura per gli esseri umani, tramite le persone e le situazioni giuste.

Purtroppo il percorso si è concluso in anticipo. La prima a cedere è stata la gamba di Giovanni, che ha avuto una tendinite al sesto giorno, dopo 130 km di “passeggiata”. La seconda a soccombere è stata la gamba di Urban, colpita con una forma di infezione di tessuto sottocutaneo dopo otto giorni e 180 km di cammino.

All’ultimo del gruppo che era ancora sano e forte, Filippo, è stato detto di tornare a casa con Urban. Gli altri novizi di questo anno non hanno dovuto ritornare.
Ciò che rimane per loro è una meravigliosa esperienza di vita che, dopotutto, varrebbe la pena ripetere, per darle una piena conclusione. Forse in futuro.

Urban Gartner, novizio del secondo anno

Il mare ci fa ricordare

di Daniel Nørgaard

Sono passati 6 mesi da quando sono entrato in noviziato. Dalla mia finestra guardo ancora con piacere e
gratitudine al mare. Mi aspetta spesso uno spettacolo di luci e colori spalmati sull’acqua dai raggi del
sole. Ma guardo il mare e il porto di Genova in modo diverso rispetto a mezz’anno fa. Cose lette in
noviziato sono entrate nella mia memoria e hanno cambiato il mio modo di vedere.
Per S. Ignazio il mare di fronte a Genova ha offerto dure prove: Quando nel 1524 prese una nave da
Genova a Barcellona “corse grave pericolo di essere catturato” (Autobiografia 53). C’era guerra tra
spagnoli e francesi, e la sua nave spagnola fu perseguitata da navi a servizio della Francia. Quando nel
1535 stesse arrivando a Genova su una nave da Valencia incorse in una tempesta, e il timone si ruppe e i
passeggeri pensarono che “non si sarebbe potuto sfuggire alla morte” (Autobiografia 33).
Il beato Giuseppe Pignatelli arrivò al porto di Genova nel 1768 con 2.500 gesuiti spagnoli espulsi dalla
Spagna, dopo un anno come rifugiati in Corsica. Per una settimana aspettarono a bordo delle navi senza
permesso di sbarcare e con grandi sofferenze. A un certo punto una delle navi stesse per fondare, e
doverono abbandonare quella nave ed ammassarsi sulle altre. All’epoca sono venuti dal noviziato di
Genova con viveri e vestiti per aiutare i rifugiati affannati.
Questi fatti mi colpiscono perché sono accaduti sotto alla mia finestra. Guardando il mare mi vengono in
mente. Non solo i drammi del passato, ma anche tragedie che accadano oggi si presentono quando vedo il
mare. Le immagini di naufragati, che una volta venivano presentate quotidianamente dai media si
presentano ancora alla mia memoria. Mi resta un mistero che il progresso che ha aumentato il nostro
dominio sul mare, non impedisce che migliaia di persone anche oggi vivono momenti di grande pericolo
sul mare. Sempre nel Mediterraneo, un po’ più al sud, muoiono tanti nel tentativo di trovare un futuro
migliore. Se ne sente poco ora, ma accade ancora.
E’ facile, forse addirittura piacevole, dimenticarci delle sofferenze vissute sul mare. Il mare non si
dimentica. Diventa un mezzo di trasporto che mi unisce con i fratelli in affanno. Decido di guardare il
mare con questo sguardo arricchito di memorie. Nemmeno il papa si dimentica. Il 23 febbraio 2020
all’incontro “Mediterraneo frontiera di pace” diceva: “questo mare obbliga i popoli e le culture che vi si
affacciano a una costante prossimità, invitandoli a fare memoria di ciò che li accomuna”.
Ciò che ci accomuna sul mare è soprattutto la nostra fragilità. In mezzo a un elemento così grande e
potente l’uomo ha bisogno di aiuto. Spesso non ci mancano i mezzi per aiutare.
Capisco le paure che fanno dubitare come ce la faremo ad accogliere tutti quelli che vorrebbero venire in
Europa. Ci sono problemi che senz’altro devono essere discussi e risolti. Ma come possiamo permettere
che la nostra paura frena le navi che sono pronte ad aiutare i rifugiati naufragati? Come è possibile che
l’uomo dotato di strumenti per aiutare preferisce veder morire persone in mezzo al mare?
Guardo il mare. La sua bellezza non scompare, ma si mischia con un po’ di tristezza.

Daniel Nørgaard, novizio del primo anno

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