GESUITI noviziato
Noviziato della Provincia Euro-Mediterranea della Compagnia di Gesù
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Una testimonianza dall’isolamento

di Guglielmo Scocco

Dall’11 maggio sono isolato in quanto unico della comunità ancora positivo al caro vecchio virus, che ormai mi è compagno di vita da quasi tre mesi.

Se qualche tempo fa mi avessero detto che sarei stato in camera per un mese senza – quasi – contatti con l’esterno e che sarei sopravvissuto, li avrei presi per pazzi. Questa condizione mi è innaturale, non rispecchia le mie inclinazioni, il mio essere un animale sociale – più animale che sociale –, eppure mi sta dando pace. In questa condizione che mai mi sarei scelto da solo, come molte delle cose che mi hanno fatto più bene nella vita, sto trovando la pace. Una pace che viene dal profondo, che non è frutto di mille calcoli o sforzi per ottenerla, che non è cercata ma aspettata, e forse questo è il suo segreto. Nello svuotamento delle quattro mura, passato un primo momento di ordinaria e dovuta follia, si incomincia ad ascoltare. Ci si comincia ad ascoltare. Si comincia ad ascoltarsi, profondamente. Non perché ascoltarsi sia bello o consolante o idillico o surreale o romantico – niente di tutto questo – ma perché non si può fare altro. Quando siamo costretti nella nostra cella di isolamento, che sia quella di un monastero, di una prigione o della casa nella quale viviamo, le nostre barriere crollano. Il mio limite mi si fa presente, la mia forza diventa debolezza, la mia facciata si scioglie, non ho più scuse, non ho più distrazioni e, soprattutto, non ho più aspettative. Sono solo con me stesso. I miei desideri più profondi, spesso nascosti dai desideri degli altri su di me, che adotto senza che mi appartengano, tornano a galla. Non ho più scuse, non ho più un altro sul quale proiettare le mie fatiche e le mie menzogne: sono a profondo e vero contatto con me stesso, e basta. Che liberazione! Una liberazione dal proprio super-io, dal dover essere, dall’apparenza: tutto si trasforma e diventa verità. E la verità ci rende liberi, come diceva qualcuno. Nella calma più piatta e assordante e vuota e che spesso e volentieri fuggiamo, miracolosamente, scopriamo rumori e sensazioni nuove, che non avevamo mai sentito prima, perché non ce lo eravamo permessi. Proprio quel luogo di apparente solitudine e abisso e aridità e desolazione che ho fuggito come fosse un assassino per tutta la mia vita, mi sta donando una vita nuova, una vita che non ha bisogno di sentirsi vivere – alzando sempre più l’asticella come in un senso di rivalsa e di frustrazione perenni – perché già vive, e vive nella pace. Quante volte sono fuggito davanti a un povero che elemosinava il mio amore e la mia presenza  dietro la sua mano tesa? Quante volte sono fuggito davanti a un fratello o a una sorella che dietro a una parola di rabbia nei miei confronti nascondeva un profondo bisogno di amore? Quante volte, ancora oggi, continuo a fuggire davanti a questo senso di vuoto che mi si aggrappa al cuore? Ed ecco io vi dico: non abbiate paura! Non abbiamo più paura di ascoltare questo vuoto, di abitarlo, scopriremo che ci dà fastidio perché ci chiede di vincere noi stessi, le nostre insane abitudini, ci chiede di ascoltarci, di lasciar uscire senza paura le nostre debolezze e le nostre fragilità, perché tutti le abbiamo. Non fate finta di non averle, come tutti gli altri fanno, soltanto per sembrare dei giusti agli occhi del mondo: sarete invece ingiusti agli occhi dell’amore, di quell’amore secondo il quale saremo – e siamo già – giudicati. Quanto è più bello vivere a cuore aperto, senza più l’ansia e la paura di dover nascondere i propri limiti!

Guglielmo Scocco, novizio del primo anno

Dove vanno gli attrezzi?

Dove sono gli attrezzi?

19 Ott 2019

Dove sono gli attrezzi è la domanda più ricorrente nelle prime settimane qua in noviziato.
Per i nuovi arrivati l’orientamento in casa è la prima grande sfida. E per superarla c’è bisogno degli attrezzi, degli strumenti utili al lavoro che c’è da fare.
È la stessa esperienza che si vive nell’ambientarsi, anche e soprattutto spiritualmente, per questi primi mesi, allo stile di vita della Compagnia. Quali sono gli strumenti per coltivare?
Che sia l’orto o la persona stanno nella relazione, con se stessi, con gli altri, e quello con il Signore, che si impara a vivere nella quotidianità.
Dove sono gli strumenti?
A ogni tempo il suo, come per il tempo della potatura c’è bisogno delle forbici, per pulire le foglie della scopa, per zappare della zappa, così per ogni momento della giornata ci sono modi e vie per “abitare” la relazione. Vita che si sperimenta in comunità, che si cerca di fare nel modo più aderente al modo di procedere della Compagnia, come ci insegnano i testi ignaziani, le costituzioni, e le indicazioni delle congregazioni generali, sotto la guida dei nostri superiori.
A ogni tempo della giornata un suo senso e un suo lavoro. E come si usa?
Bisogna guardarsi l’un l’altro, condividere esperienze, vedere come si muove la comunità per discernere qual è l’orientamento della nostra vita.
Chiedere e dare la propria disponibilità.
Chiedere fa capire le possibilità offerte dall’altro e la necessità di protenderci verso lui per crescere. Dare la propria disponibilità in un ascolto senza giudizio, attento a ricevere, nella disposizione di accogliere, per imparare a far spazio e capire le cose che valgono davvero.
“Deposto ogni giudizio, dobbiamo tenere l’animo disposto e pronto” come dice S.Ignazio negli Esercizi Spirituali.
Ma ci sono strumenti diversi, seppur sembrano simili, per cosa posso usarli e quando?
Tutto ha un tempo, a volte la fretta di capire può essere una cattiva consigliera, la curiosità porta frutti se condivisa in libertà e le risposte possono essere varie: dalla comprensione alla sospensione. Non sempre bisogna avere tutto chiaro se non si ha la forza o l’esperienza per utilizzare un certo strumento.
Così ad esempio ci si prepara al mese di Esercizi Ignaziani, ci si può interessare, si può chiedere, ma poi ci sono cose che vanno vissute, e la sospensione aiuta a comprendere anche il desiderio che si ha di quella cosa… “Non il tanto sapere sazia , ma il sentire e gustare le cose interiormente” , farne esperienza come dice ancora S.Ignazio.
E poi una volta fatto?
Rivedere la fatica fatta, vedere il lavoro svolto, ripeterlo se necessario per approfondirlo.
Nasce così una forma di gratitudine per il tempo ricevuto che dà energia e fortifica la nuova fatica che arriva col nuovo giorno. E allo stesso tempo si accumula esperienza, che aiuta ad acuire lo sguardo, a essere più ricettivi e a crescere nel “discernimento”.
E poi dove li metto? Ogni cosa a suo posto.
La grande arte del discernimento serve proprio a imparare a mettere in ordine, nella vita interiore come in quella esteriore.

Infatti, come diceva il card. Martini: «Senza che ce ne accorgiamo, la vita si disordina, si frammenta, si logora. Occorre rimettere in ordine i pezzetti del nostro tempo, del nostro corpo, del nostro cuore. Tutti ne abbiamo bisogno e tutti dobbiamo farlo, non solo una volta nella vita, bensì ogni giorno».

Proprio come si fa nella vita quotidiana, una volta che si rimette tutto in ordine, si scopre che c’è sempre un nuovo lavoro da fare e allora bisogna riprendere dinuovo gli attrezzi sistemati per poi rimetterli dinuovo a posto, con un bagaglio di esperienza sempre rinnovato.

Filippo Carlomagno, novizio del secondo anno

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