GESUITI noviziato
Noviziato della Provincia Euro-Mediterranea della Compagnia di Gesù
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Giovedì di Villa

-Ci vediamo Giovedì allora?
-No, non posso è “Giovedì di villa”!
-Cosa?

Ecco chiariamo la nostra superficialità nel dire che il Giovedì siamo “in villa” e finiamo per capirci solo tra di noi…
-Il giovedì noi novizi siamo “in villa”! Cioè abbiamo l’uscita, la gita, la scampagnata. Questo vuol dire!
-E non potete dire che siete in giro? Perché la chiamate in questo modo?
La chiamiamo così per tradizione, tutto qua.

Viene dalla storia risalente ai primi tempi della Compagnia quando S.Ignazio decise di comprare una villa con la vigna, per i Novizi del Collegio Romano. Gli sembrava necessario per la loro salute poiché all’epoca il clima della città di Roma era abbastanza malsano, soprattutto per gli stranieri.
Nei documenti storici si parla della “Vigna della villa Balbina”, nei pressi dell’attuale Chiesa di S.Balbina, in cui poi lo stesso Ignazio passò parte della sua malattia (nel luglio del
1556).

Quindi da allora i novizi dicono che il Giovedì sono “in villa”! È cambiato il luogo, da allora sono cambiate anche le modalità ma lo scopo rimane fondamentalmente lo stesso. Prendere del tempo per staccare, riposarsi. Del tempo per ridimensionarsi.

Di solito il “villaro”, il novizio che ha il compito di decidere e organizzare le uscite, propone due destinazioni, in modo che volendo si formano uno o due gruppi per andare in una, piuttosto che nell’altra, meta proposta.
Le nostre mete quali sono? Montagna o mare, se è bel tempo, altrimenti ci si addentra per i vicoli della città, tra i “carroggi” c’è sempre da scoprire qualcosa di questa città “che si nasconde”, che conserva tra le antiche case dei tesori sempre nuovi da poter trovare.
Così abbiamo la possibilità di visitare mostre, di conoscere la città, scoprire tesori nelle chiese antiche o inerpicarci per i sentieri di montagna diretti alla cima, dove spesso ci sono Santuari. Possiamo contemplare la natura, con occhi pronti a sentire il creato che continua a rigenerarsi, dal seme generativo della Parola, dal “fiat”, all’attuale vita del mondo che ci circonda, facendoci riscoprire, sempre, creature di un opera più grande.
Abbiamo così la possibilità di prenderci i nostri spazi, camminando, da soli o in gruppetti, cercando momenti di silenzio o di confronto, di discussione “dal sacro al profano”, condividendo le esperienze che si stanno vivendo durante la settimana i progetti a cui stiamo collaborando con i gruppi in cui facciamo servizio, ritornare a confrontarci sui corsi che abbiamo durante la settimana e sui temi che trattiamo.
Ci si ascolta a vicenda, si parla a vicenda, ciascuno si prende i propri spazi di riposo settimanale.

“Fermarsi” per prendere del tempo “libero” ci permette di ricarburare tutto quello che viviamo, per imparare a gustare meglio il tempo “attivo” del resto della settimana.

Filippo Carlomagno, novizio di primo anno

Il mare ci fa ricordare

di Daniel Nørgaard

Sono passati 6 mesi da quando sono entrato in noviziato. Dalla mia finestra guardo ancora con piacere e
gratitudine al mare. Mi aspetta spesso uno spettacolo di luci e colori spalmati sull’acqua dai raggi del
sole. Ma guardo il mare e il porto di Genova in modo diverso rispetto a mezz’anno fa. Cose lette in
noviziato sono entrate nella mia memoria e hanno cambiato il mio modo di vedere.
Per S. Ignazio il mare di fronte a Genova ha offerto dure prove: Quando nel 1524 prese una nave da
Genova a Barcellona “corse grave pericolo di essere catturato” (Autobiografia 53). C’era guerra tra
spagnoli e francesi, e la sua nave spagnola fu perseguitata da navi a servizio della Francia. Quando nel
1535 stesse arrivando a Genova su una nave da Valencia incorse in una tempesta, e il timone si ruppe e i
passeggeri pensarono che “non si sarebbe potuto sfuggire alla morte” (Autobiografia 33).
Il beato Giuseppe Pignatelli arrivò al porto di Genova nel 1768 con 2.500 gesuiti spagnoli espulsi dalla
Spagna, dopo un anno come rifugiati in Corsica. Per una settimana aspettarono a bordo delle navi senza
permesso di sbarcare e con grandi sofferenze. A un certo punto una delle navi stesse per fondare, e
doverono abbandonare quella nave ed ammassarsi sulle altre. All’epoca sono venuti dal noviziato di
Genova con viveri e vestiti per aiutare i rifugiati affannati.
Questi fatti mi colpiscono perché sono accaduti sotto alla mia finestra. Guardando il mare mi vengono in
mente. Non solo i drammi del passato, ma anche tragedie che accadano oggi si presentono quando vedo il
mare. Le immagini di naufragati, che una volta venivano presentate quotidianamente dai media si
presentano ancora alla mia memoria. Mi resta un mistero che il progresso che ha aumentato il nostro
dominio sul mare, non impedisce che migliaia di persone anche oggi vivono momenti di grande pericolo
sul mare. Sempre nel Mediterraneo, un po’ più al sud, muoiono tanti nel tentativo di trovare un futuro
migliore. Se ne sente poco ora, ma accade ancora.
E’ facile, forse addirittura piacevole, dimenticarci delle sofferenze vissute sul mare. Il mare non si
dimentica. Diventa un mezzo di trasporto che mi unisce con i fratelli in affanno. Decido di guardare il
mare con questo sguardo arricchito di memorie. Nemmeno il papa si dimentica. Il 23 febbraio 2020
all’incontro “Mediterraneo frontiera di pace” diceva: “questo mare obbliga i popoli e le culture che vi si
affacciano a una costante prossimità, invitandoli a fare memoria di ciò che li accomuna”.
Ciò che ci accomuna sul mare è soprattutto la nostra fragilità. In mezzo a un elemento così grande e
potente l’uomo ha bisogno di aiuto. Spesso non ci mancano i mezzi per aiutare.
Capisco le paure che fanno dubitare come ce la faremo ad accogliere tutti quelli che vorrebbero venire in
Europa. Ci sono problemi che senz’altro devono essere discussi e risolti. Ma come possiamo permettere
che la nostra paura frena le navi che sono pronte ad aiutare i rifugiati naufragati? Come è possibile che
l’uomo dotato di strumenti per aiutare preferisce veder morire persone in mezzo al mare?
Guardo il mare. La sua bellezza non scompare, ma si mischia con un po’ di tristezza.

Daniel Nørgaard, novizio del primo anno

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