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Racconto di un’esperienza di mezza estate

di Piero Loredan

Nel cuore dell’”estate noviziana” arrivo a Roma per un’esperienza presso il Centro Astalli, sede Italiana del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati.

La prima felice sorpresa è il caldo soffocante della capitale, la seconda è la scoperta di dovermi occupare di adolescenti. Dopo un campo scout appena concluso con ragazzi esagitati in piena fase “teenager”, un’altra full immersion con spericolati sbarbatelli è l’ultima cosa che desidero.

E invece per alcuni giorni vivo presso una struttura del Centro che accoglie minori di età compresa tra i 16 e i 18 anni con l’obiettivo di aiutare i ragazzi a inserirsi nella società italiana.  La posizione desolante della casa situata nel bel mezzo di due poco carine linee ferroviarie, è per me uno scontro traumatico con sorella povertà – quella Vera, non quella poetica e romantica del pellegrinaggio ignaziano. Con riluttanza noto la mia triste incoerenza: sogno grandi cose, audaci slanci missionari verso i poveri e gli “ultimi”, e poi rabbrividisco dinanzi a piccoli segni di squallore.

Per fortuna la capacità adattiva dell’uomo è all’opera. Due giorni in quel contesto disadorno e comincio quasi a gustare un non ben definito senso di libertà espresso bene da alcune parole di una canzone di Janes Joplin:  “Libertà è una parola che si usa per dire che non si ha niente da perdere”. Forse suona male ma credo sia proprio cosi: è in una situazione di essenzialità materiale che si può essere davvero liberi.

E i ragazzi … che storie, che coraggio, che determinazione!! A 16 anni hanno lasciato la sicurezza dei propri tetti per l’ipotesi di un futuro migliore. Hanno affrontato condizioni di viaggio inaccettabili, per giorni senza un pezzo di pane e un sorso d’acqua. E sono lì a sorridere, a scherzare, a sognare, pronti a rifare la traversata nonostante la delusione dell’arrivo. E’ vero che spesso non hanno scelta, ma il loro coraggio mi fa riflettere sulla condizioni di ragazzi “senza attributi” di tanti occidentali di oggi.

Una parola oggi molto in voga nel mondo economico-aziendalistico è resilienza, intesa come la capacità di far fronte in modo positivo ad eventi traumatici. E la resilienza di questi ragazzi, la loro capacità di sopravvivere e di lottare alla loro giovane età contro avversità di ogni tipo, mi fa riflettere molto. Se ben integrati possono davvero costituire una risorsa vitale per il nostro Paese. Sono certo necessarie politiche lungimiranti d’integrazione ma non credo sia una sfida impossibile.

Come per ogni situazione lati oscuri o negativi non mancano. Il loro rapporto con il cibo è spiazzante, il cesto della spazzatura è la destinazione naturale per ogni alimento che non piace o avanza. È forse il sintomo di qualche forma non ben riuscita di emancipazione. Provo a rieducare su questo aspetto ma con scarsi risultati. E anche se “Siamo chiamati ad amare non a riuscire” – come mi dirà qualche giorno dopo un educatore di una comunità di ex tossicodipendenti in Puglia – in quel momento La mia frustrazione sale alle stelle.

Per fortuna i momenti positivi di confronto sereno e arricchente sono numerosi: parliamo di Islam e Cristianesimo – dei punti in comune tra queste due religioni – mi sorprende la loro nostalgia per Mubarak e passiamo una indimenticabile – e per me frenetica – giornata in una piscina comunale. Tenere a bada 5 ragazzi (4 egiziani e 1 albanese), che corrono e si tuffano tra ombrelloni , sedie a sdraio e piscine non è una sfida cui sono abituato.  Alla sera, raccolto in preghiera nella cappellina adiacente al centro, all’improvviso scoppio in una incontenibile risata davanti al crocifisso “Oh Gesù ma guarda te dove mi hai fatto capitare!”. Eh già, aveva ragione Tagore quando affermava che “La vita non è che la continua meraviglia di esistere”, una delle belle citazioni che ornano alcune interessanti fotografie esposte sulle pareti del centro. E questa breve “vacanza estiva” è stata un’ennesima conferma della poesia della vita.

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