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Gioiia al cottolengo

Info

Faccia a faccia con amore e morte, allegria e sofferenza

di Piero Loredan

“Devo assolutamente andare a prendere mia madre!”
“Ma Tina*, quanti anni ha tua madre?!
“11!”
“Ma com’è possibile?”
“Non so, in fondo Cristo è risorto.”
“Su questo non posso proprio contraddirti!”
“Ma sai che saresti proprio il mio tipo?”.
“…”
Questa conversazione surreale con Tina – novantanni e qualche problemino di memoria – inaugura la mia avventura come volontario all’ospedale Cottolengo di Torino, il secondo esperimento per i novizi del primo anno.
Capisco subito il valore dell’allegria, di ridere con i pazienti (non di loro!), per sdrammatizzare e affrontare situazioni complesse. “L’allegria non ha mai guastato la santità, e i santi sono i più contenti di tutti” è una delle citazioni più note di San Giuseppe Benedetto Cottolengo.
Ai tiri di Tina mi abituo in fretta: minaccia di denunciarmi, colpevole di averla rinchiusa in prigione o mi accusa di essere “un maialino come tutti gli altri”. E così scherzando e ridendo si crea un’intesa bella e indimenticabile.

Tuttavia, spesso la sofferenza dell’ospite permette solo silenzi e carezze, espressione di una vicinanza silenziosa ricca di fede e speranza. Cosa offrire a chi si lamenta con occhi strazianti e ti rivolge quella domanda semplice, priva di risposte facili: “perché?” ?
A volte esserci è l’unica forma di consolazione possibile.

Lavando Teresa, un’ospite in stato vegetativo, una delle infermiere più navigate si pone la stessa domanda. Non credo ci siano risposte immediate davanti al mistero della sofferenza. L’unico atteggiamento per me condivisibile è quello di Papa Francesco, contemplare il crocifisso. “Non so il perché di tanta sofferenza, ma sono sicuro che Cristo è risorto, e io ho scommesso su questo” ha affermato il Pontefice nell’omelia della Domenica di Pasqua.  E di fronte alla sofferenza, la testimonianza dei familiari di Teresa mi meraviglia e affascina, un raro esempio di amore perfettamente gratuito, un affetto in grado di restituire dignità a chi è spesso considerato un peso, uno scarto inutile. Non vedo letto cosi frequentato come il suo. Figli e parenti le sono sempre vicino subissando il personale del reparto con frequenti richieste, inutili a uno sguardo superficiale – metterla in una determinata posizione, bagnarle le labbra, alzarle la testa – espressione di una cura e una delicatezza motivata solo dall’amore. I parenti sono consapevoli che Teresa non risponderà con un gesto di riconoscimento, uno sguardo di affetto, un sorriso, una parola riconoscente carica di gratitudine. Sanno benissimo che molte delle loro attenzioni, così come la loro presenza non porta nessun tangibile risultato; Teresa nemmeno se ne rende conto. Non importa, loro sono li. E per questo rinunciano a programmi o passatempi più piacevoli e fruttuosi.
Un “amore sprecato” per i più, ma che trova proprio in questo spreco la sua grandezza. Questo è il miracolo che ho visto, e se come dice San Giovanni Apostolo, “chi ama conosce Dio”, in quella forma di amore perfetto, scevro da ogni possibile forma di interesse o tornaconto – anche solo affettivo – ho visto quella conoscenza di Dio che rende la vita degna di essere vissuta. E anche di questa testimonianza ringrazio il Signore.
In un momento in cui il dibattito sul fine vita è spesso banalizzato, strumentalizzato e semplificato con facili risposte preconfenzionate che non rendono onore alla situazione di chi soffre, l’atteggiamento dei figli di quella signora – sempre al suo capezzale con immensa cura e sconfinato amore – mi fa molto riflettere.

E che dire del contatto diretto e immediato con la morte? Una mattina in reparto noto il letto vuoto di una paziente con cui parlo spesso. Di Marta conosco tutti i progetti di vita “fuori dall’ospedale”, posti da visitare, cose da fare a Torino. E ora la sua camera vuota in cui rimbomba un silenzio assordante. Il suo cuore ha ceduto durante la notte.
Sono senza parole. Il suo volto, il suo sorriso mi è accanto tutto il giorno.  Al suo angelo lassù tra le braccia del Padre rivolgo un saluto, un commiato, un arrivederci “Cara Marta, ora vedi molto più della Sacra di San Michele o di quelle bellezze piemontesi che non hai fatto in tempo a visitare quaggiù …”.
La morte, una delle poche certezze di questa vita, lascia sempre senza parole.

Allegria, sofferenza, amore e morte non sono gli unici compagni di questa esperienza straordinaria. La crescita umana passa anche dalle situazioni più banali. E’ il caso del mio scontro traumatico con “l’ossessione della piega del lenzuolo e dell’igiene”. Per me – allergico ai lavori domestici – solo sistemare il mio letto è un compito gravoso. Ora, dover rifare decine di letti tra traversine, traverse monouso, spondine da igienizzare con detergene e disinfettante (stessa procedura anche per i comodini) è un’ardua sfida, così come fare la piega del letto in modo quasi ortodosso e dare il 100% per un lavoro a prima vista inutile. La svolta arriva nel pensare alla persona, al suo conforto in quel letto impeccabile e, soprattutto, nell’ostacolare il rischio di contrazione di virus pericolosi per il sistema immunitario debilitato proprio grazie all’igiene quasi maniacale di quei comodini. A quel punto, incontrare il Signore in quell’attività monontona non è impossibile.

E in generale uno dei tanti meriti dell’Ospedale Cottolengo è proprio questo: una cura della persona a 360°. Ogni ospite –  anche se incosciente o in fin di vita – è trattato come un’essere umano di immensa dignità cui rivolgere le massime cure, non come un peso inutile per la società o una cosa da scartare.

Vorrei avere più spazio per raccontare impressioni, aneddoti ed emozioni vissute in questo mese al Cottolengo. Non mi resta che chiudere ringraziando ancora una volta il Signore e Sant’Ignazio che – consapevole del valore formativo di quest’esperienza – ne ha fatto una tappa obbligata per la formazione di ogni gesuita.

 


*I nomi dei personaggi di questo articolo sono stati modificati per impedirne l'identificazione a tutela della loro privacy

 

 

 

 

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