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Piero Loredan

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Piero Loredan

L’ultima cosa che avrei voluto fare da grande è il prete. L’ultimo luogo in cui avrei voluto finire a 31 anni suonati è il noviziato. Com’è possibile? Non è stata una mia scelta, ma di qualcun altro lassù.

Di famiglia veneta molto tradizionale, svolgo il classico cammino cattolico, rispettando – non sempre con molta convinzione – i “passaggi obbligati”: battesimo, comunione, cresima …

Alle soglie dell’adolescenza rifiuto la vita cristiana vissuta fino a quel momento, la spiritualità del fai-questo-non-fare-quello-sennò-finisci-all-inferno.

A 17 anni – durante un viaggio in Nicaragua finalizzato alla costruzione di un campo di basket per bambini – cambia qualcosa. Al termine di una giornata di lavoro con i bimbi, risuona dentro di me un pensiero carico di gioia: “come sarebbe bello dedicare la vita al servizio del prossimo e del Signore!”. Poi però continuo a sminuire questo momento, come un futile attimo di esaltazione momentanea: “perché proprio io”?

 “Fare il prete non fa per me”, cerco di auto-convincermi con il passare degli anni. Il mio ideale di vita è quello vincente del capo famiglia stile Mulino Bianco:  lavoro di successo, moglie bionda e sorridente, bimbi educati e amorevoli.

A 29 anni sento di dover prendere in mano la mia vita spirituale, di non accontentarmi della contingenza quotidiana, di volare più in alto.

Cerco qualcosa di più di una fede vissuta come accumulo di pratiche devozionistiche, scorciatoia per il paradiso. L’incontro casuale con i gesuiti (galeotto fu il cineforum San Fedele di Milano), fa il resto. È subito adesione a un modo di vivere la parola del Signore per me autentico e immediato, unica vera fonte di quella pienezza di vita cui aspiro.

“Qual è il modo migliore per vivere al 100%?” mi chiedo spesso. E la possibilità di un cammino di vita consacrata è sempre più tangibile. Anche la lettura di Le Confessioni di Sant’Agostino sembra spingermi in questa direzione.

Ma il desiderio di rispondere con pienezza è sempre osteggiato – e anestetizzato – dalle contingenze della vita pratica, il lavoro, gli interessi, i passatempi, e, soprattutto, l’adesione ai progetti di vita considerati perfetti per me: un bel ruolo nella società come professionista affermato e padre di famiglia.

Ed ecco inizia a concretizzarsi l’equilibrio tanto ambito: una ragazza di cui sono innamorato, un lavoro appassionante come responsabile comunicazione di una piccola multinazionale, una vita stimolante in una città dinamica come Milano. Ma non mi basta. A quel punto è evidente: il percorso da fare è un altro. Ed eccomi qua.

Non è stata una passeggiata. Tra i passi più difficili ricordo con una certa tensione il lancio della notizia-bomba a parenti e amici. Con i miei, provo a buttarla con leggerezza durante un pranzo a tavola : “che cosa direste se diventassi gesuita?”. Alla risposta paterna “preferirei che diventassi francescano”, capisco che non mi avrebbero preso sul serio. La mia scelta è per loro la classica cosa che è bella solo quando succede ai figli degli altri. Mia cugina completamente sconvolta: “Ma ti è apparsa la Madonna?”. E gli amici, quanti silenzi imbarazzati. Una sera offro fiumi di birra prima di trovare il coraggio di parlarne.

Ancora adesso ogni tanto mi chiedo com’è stato possibile. In fondo è bastato dire “si”, farsi coraggio e rendersi conto che la vita è solo una. Se è naturale cercare il meglio per se stessi, è anche importante afferrarlo senza troppe seghe mentali.

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