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Daniel Borg

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Daniel Borg

Journey to the Novitiate

Mi chiamo Daniel, ho trentuno anni e sono cresciuto in famiglia, insieme a tre sorelle piene di vita e ai miei genitori. Sono una persona che ama stare con gli altri ma anche da solo. Mi piace stare nella natura. Adoro fare trekking in inverno e nuotare in estate.

Quando ero adolescente, sognavo di diventare ricco, avere una bella moglie, una macchina di lusso e vivere in un appartamento vista mare. Volevo vivere una vita agiata.
A scuola ero bravo in Contabilità: diventare un contabile sembrava essere la strada giusta per possedere tutto ciò che desideravo. Così m’iscrissi alla laurea in Economia e Commercio, dopo la quale mi specializzai in Contabilità. Durante i miei studi conobbi alcuni veri amici e fui anche fidanzato due volte. Mi piaceva andare in palestra e fare volontariato. In estate, lavoravo come cameriere o come bagnino.

Anche se non fu facile, riuscii a completare i miei studi con successo. Iniziai quindi a lavorare in una società internazionale di revisione contabile. Nonostante lo stress, mi piaceva lavorare con colleghi miei coetanei e andare all’estero per trasferte di lavoro. Ma pur svolgendo bene il mio lavoro, percepivo spesso di non sentirmi pienamente me stesso in quell’ambito. Ricordavo di essere stato più felice quando avevo avuto lavori estivi e fatto volontariato.

Quello che mi faceva andare avanti era il pensiero di poter comprare le cose che avevo desiderato da adolescente: un’auto nuova, una vita in un appartamento vista mare e viaggi in bei posti. Tutto questo mi faceva credere di avere tutto, ma in fondo non ero felice e lentamente cominciai a perdere la fede. Iniziai a pensare che non ci fosse bisogno della Messa e della confessione. Amare le persone che incontravo nella mia vita quotidiana era più che sufficiente. Questa mentalità durò fino a quando fui mandato a lavorare a Lussemburgo con due colleghi di grande fede. Con il loro aiuto, ricominciai ad andare a Messa.

Fu un’esperienza di volontariato in Kenya che mi fece pensare a una nuova vita. Lavorare con i poveri, vivendo in modo molto semplice, mi colmò di una felicità che non avevo mai provato prima. Sentii chiaramente la presenza di Dio in quell’ambiente.
Di ritorno da quell’esperienza, le mie precedenti ambizioni di una vita agiata cominciarono a essere sostituite dal pensiero ricorrente che, in effetti, sarei stato più felice aiutando gli altri anziché lavorando per aumentare il mio benessere.

Diverse volte in passato avevo pensato di lasciare il mio lavoro per dedicarmi a ciò che mi avrebbe fatto sentire realmente me stesso. Ma, considerando quanto duramente avevo lavorato per diventare un contabile e fare carriera, l’attaccamento alla mia vita agiata e la paura dell’ignoto, mi avevano sempre bloccato. Ma alla fine, pur essendo ancora spaventato, trovai il coraggio di farlo.

Per prima cosa, pensai che avrei potuto iniziare a lavorare come contabile per qualche buona causa. Trovai due interessanti lavori del genere, ma non sapevo quale scegliere e se sarebbe stato più saggio aspettare. Sul sito dei gesuiti trovai un elenco di ritiri, uno dei quali era organizzato da un prete che conoscevo dalla scuola superiore. Non avevo mai partecipato a un ritiro. Pensai che sarebbe potuta essere una buona occasione per riflettere, con l’aiuto di un sacerdote, sulle opzioni che avevo. Mi sentii attratto dalla spiritualità ignaziana e una volta, mentre mi trovavo in cappella, pensai che forse anche io avrei potuto vivere la mia vita per gli altri. “L’amore che guarisce”, un film sulla vita di san Giuseppe Moscati, un medico che dedicò la sua vita agli altri attraverso la sua professione, mi toccò profondamente. Questo ritiro preparò la strada a un periodo di discernimento.

L’idea di entrare nei gesuiti mi venne quando lessi l’articolo “Perché diventare un fratello gesuita?” di fr. Pat Douglas SJ. Per me il lavoro era sempre stato importante e nella figura del fratello vidi un uomo che serve Dio con il suo lavoro per gli altri. All’inizio pensavo di non essere degno di essere un gesuita perché non avevo vissuto una vita esemplare e per via delle mie debolezze. Ma in preghiera sentii che Dio mi chiamava a servirlo come fratello, mi chiedeva di guardare avanti, non indietro, e mi diceva che non c’è debolezza che il suo amore, la sua grazia e la sua misericordia non possano ricolmare. Questo mi diede il coraggio di fidarmi di lui e di prendere la decisione.

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