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Una visita speciale

di Emanuele Paravano

“…Vieni, siedi in mezzo a noi e facci da maestro, poiché Dio ti ha dato il dono dell’anzianità”. (Daniele 13,50)

L’idea della visita al San Camillo è nata dal desiderio di noi novizi di celebrare il periodo dell’Avvento con un segno. Qui nella comunità del Noviziato sono momenti di grande gioia: il cammino di preghiera personale e quello comunitario, infatti, hanno il loro apice nel grandioso evento della nascita di Gesù. Nasce così il desiderio di portare anche fuori dal Noviziato la grande gioia che stiamo vivendo, in particolare incontrando le persone che si trovano sole e, in questo tempo forte dell’anno, soffrono maggiormente il proprio stato.
Ci siamo chiesti quale fosse la modalità migliore per incontrare questi ospiti e, dopo un confronto tra di noi, abbiamo pensato che la cosa migliore fosse quella di essere semplicemente “noi stessi” con l’ospite che poi ci indicherà la modalità migliore di interagire con lui.

La psicologa della struttura ci ha introdotti ai vari reparti e poi ci siamo lasciati coinvolgere da questi “vecchietti”. Ognuno di noi ha naturalmente messo in campo le proprie doti: chi ha suonato la chitarra, chi ha cantato, chi ha recitato il rosario e chi ha ascoltato. Le loro storie di vita ci hanno toccato il cuore. Ogni persona ha un suo vissuto che la rende speciale e spesso, dietro a un corpo logorato dagli anni, c’è un’anima che pulsa e manda vibrazioni vitali. Parlano di un mondo che esiste ancora nel loro cuore ma che ora non c’è più e soprattutto di un concetto di famiglia molto diverso: loro accudivano gli anziani in casa ma oggi, per molte ragioni, questo non è più possibile. Dai loro racconti emerge la radicalità del cambio di vita che l’inserimento in una struttura comporta e che poi ognuno metabolizza a proprio modo. Molti hanno superato questa difficoltà e trasmettono una grande pace, allora ascoltiamo i racconti delle storie di famiglia. Ci colpisce lo sguardo fiero di un genitore che racconta le tappe di vita del proprio figlio. Sembra che il tempo non possa cancellare certi ricordi, come la vita che hanno generato abbia scavato un solco dal quale, anche nell’inverno della vita, germina gioia. Si parla anche di fede e la “nonna” chiede amabilmente: ma che cosa fa Gesù tutto il giorno? Ops… siamo impreparati… non sappiamo che cosa rispondere! Allora regaliamo la coroncina del rosario a questa nonna come segno che solo nella preghiera troveremo entrambi la risposta su Gesù. Un gesto semplice e un sorriso di intesa, cose piccole che ci porteremo nel cuore a lungo. Altre volte la malattia non permette una comunicazione verbale, si incontrano due occhi smarriti che danno un pugno nello stomaco e solo la fede può far vedere in quell’assenza, la presenza di Dio.

In un altro piano della struttura uno dei novizi suona la chitarra, il clima è gioioso e anche gli ospiti cantano a squarciagola “volare… oh oh….” e chiedono il bis diverse volte. Lungo i corridoi si sentono gli ospiti allettati partecipare al canto e chiedere altri canti, spesso di una generazione ben lontana dalla nostra, ma che hanno il pregio di unirci in un unico gioioso coro. Il sorriso è contagioso e, un canto dopo l’altro, i volti si accendono luminosi e spensierati.

Il tempo passa velocemente e con grandi abbracci salutiamo i nostri nuovi amici lasciandoli al ritmo della loro casa e a chi si prende cura di loro. Siamo partiti da casa pensando di dover portare qualcosa di nostro a questi anziani, la felicità con la quale rientriamo, ci rende consapevoli invece di aver ricevuto molto da loro. Nella rilettura comunitaria dell’esperienza, emerge il diverso modo di approcciarsi dei singoli novizi ma un sentimento comune di gratitudine. Alcuni di noi si erano già confrontati con la realtà delle residenze per anziani e l’esperienza fatta al San Camillo ha riportato al cuore un vissuto ancora carico di affetto; altri, che per la prima volta si approcciavano a questo “mondo”, hanno sperimentato come sia bello donare il proprio tempo e la propria vita anche attraverso questa strada. Nella loro genuinità questi “nonni” ci hanno insegnato ad accettare con pace la semplice fatica del vivere; è questo un testimone che ci è tramandato attraverso gli occhi di un centenario, occhi che sanno ancora stupirsi e infondono speranza.

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