GESUITI noviziato
Sito ufficiale del noviziato italiano della Compagnia di Gesù
iten
facebookTwitterGoogle+

Emanuele Paravano

Info

Emanuele Paravano

Provengo da un paesino di campagna del Friuli. Mio papà Enzo fa l’imbianchino e mia mamma Gina lascia il lavoro in ufficio per dedicarsi a me e mia sorella Sonia. Mio nonno Americo, che è stato contadino, mi porta spesso in bicicletta, è un uomo mite che ama il lavoro della terra e mi racconta tante cose sul mondo agricolo. Anche mio papà, soprattutto fino ai primi anni delle superiori, passa molto tempo con me: andiamo assieme a pescare, lavoriamo nel giardino di casa. Mi trasmette la passione per la fotografia, portandomi in giro per il Friuli a scattare foto, e al suo circolo fotografico, dove il fotografo più anziano, un omone molto saggio, mi trasmette la sua passione per le cose fatte bene. Mi fa vedere che c’è sempre qualche cosa di bello – un dettaglio o un particolare – in tutto quello che ci circonda. Ricordo ancora il suo sguardo stupito davanti al creato e lo vedo rincorrere come un bambino una farfalla!

Provo una gioia grande alla nascita di mia nipote Elisa. Passo molto tempo con lei, la tengo in braccio, la vedo crescere e imparo la meraviglia di guardare le cose quotidiane con occhi da bambino.

Studio all’Istituto d’Arte coltivando la passione per la fotografia e la grafica, così “sviluppo” quella pellicola che mi si era impressa stando assieme a mio papà e frequentando il circolo fotografico.

Dopo il diploma coltivo ancora questa passione seguendo un corso di grafica. Pur avendo un certo desiderio di continuare gli studi all’università, preferisco cercare lavoro nel mondo della grafica e subito trovo un impiego in un’azienda editoriale. Così posso sostenermi senza gravare sulla mia famiglia.

A 24 anni un’amica mi propone di partire assieme a un gruppo per un capodanno Taizé a Lisbona. Come spinto da un certo vuoto che provavo frequentando spesso pub e discoteche, parto senza pensarci due volte. Lì incontro ragazzi e ragazze come me, con le stesse inquietudini, ma che non si vergognano e non provano a nasconderle. Con loro mi trovo subito a mio agio. Dopo Lisbona questi nuovi amici mi fanno conoscere un gruppo di spiritualità ignaziana: ci incontriamo periodicamente per leggere la Parola, pregare e condividere. Soprattutto durante i weekend di vita comunitaria, lo stile ignaziano fa subito “clic” e mi sento a casa…

Un giorno un amico di famiglia, noto alpinista e appassionato di fotografia, passa a trovare mio papà. Parlando del più e del meno mi chiede se amo andare in montagna. Non ho mai fatto delle escursioni, ma sento l’attrazione per la montagna e così gli chiedo di portarmi con lui nelle sue scalate. L’immensità dei panorami che mi si aprono davanti, la fatica fisica, il susseguirsi delle stagioni, mi fanno percepire come tempio di Dio in simbiosi con il bosco, in armonia con il creato. La montagna diventa luogo privilegiato di solitudine, d’incontro tra me stesso e le mie paure, sospeso tra l’infinito e il mio oggi, il luogo da cui muovermi per portare questa meraviglia di vita agli amici.

A ventotto anni un amico mi propone di partire per un raid Goum. Un pellegrinaggio fatto in condizioni di grande essenzialità, in luoghi desertici, senza cellulare e mangiando lo stretto necessario. Le giornate sono scandite dalla preghiera in armonia con il ritmo della natura. All’alba si fa la meditazione e si celebra la messa, che sono come l’azimut verso il campo della sera. Durante tutto il giorno si cammina leggeri, senza tenda e pesi inutili; in solitudine o assieme a tutto il gruppo. La sera un pasto frugale e il sonno sotto la moltitudine delle stelle, attorno al calore del fuoco. Non serve macchina fotografica, il cuore registra indelebilmente la gioia dell’incontro con la misericordia di Dio, tutto cambia e io mi sento chiamato a “un di più”, a dedicare la mia vita al Signore.

Al rientro da questa esperienza, un altro amico mi propone di fare la prima settimana ignaziana. Ci vado senza sapere bene che cosa sia. E’ il luogo dove rileggo la mia storia attraverso il linguaggio ignaziano sempre più familiare; le domande sulla mia vocazione trovano terreno fertile e mi scopro sempre più innamorato delle vie del Signore, anche se non ho ancora ben chiaro quale sia il cammino da percorrere.

Quasi contemporaneamente a questi ultimi fatti, mio papà si ammala di una malattia degenerativa; questa esperienza dura cinque anni e mi porta al confronto con la realtà della sofferenza. Continuo a lavorare, ma la questione vocazionale rimane aperta e di tanto in tanto mi chiedo se la vita monastica non faccia per me; sullo sfondo di questi miei sentimenti c’è mio papà che pian piano si spegne.

Dopo la sua morte, scelgo di fare un tempo di discernimento in monastero. Ho trentatré anni e vivo un’esperienza di grande profondità e ricchezza, un “clic” fondamentale nella mia relazione personale con il Signore. Dopo sei mesi, molto grato per la verità emersa, scopro che il monastero non è la mia strada.

Anche grazie a una maggiore consapevolezza di me, riprendo il lavoro nell’ufficio comunicazione di una nuova azienda, assumo un ruolo e una responsabilità più rilevanti rispetto a prima; passo così gran parte della mia giornata in ufficio. Riprende la vita quotidiana, con la famiglia e gli amici importanti con i quali camminiamo fianco a fianco dall’epoca di Lisbona. Vivo una relazione importante con una ragazza, ma nel tempo mi rendo conto di desiderare una vita da religioso.

Gli anni sono passati, ora ne ho trentasette e durante un viaggio in Terra Santa con i gesuiti, colpito ancora da quello stile così familiare dove incontro Dio, prendo contatti per fare discernimento sulla mia vocazione. Dopo alcuni mesi faccio un colloquio preliminare a cui segue una settimana di esercizi spirituali. Mi sento vivo e pieno di passione: è la Compagnia che fa “clic” in me. Con grande rispetto verso la mia età e verso il lavoro che svolgo, i gesuiti mi accompagnano per alcuni mesi di discernimento alla fine dei quali mi viene data l’opportunità di vivere un periodo presso la comunità dei gesuiti di Bologna. Chiedo un’aspettativa dal lavoro. La mia azienda temporeggia ritenendomi un valido collaboratore. Ma io insisto, spinto da un sempre maggiore desiderio di trascorrere un periodo con i gesuiti di Bologna. Alla fine riesco a ottenere l’aspettativa e vado a Bologna dove passo i quattro mesi estivi, durante i quali sento che la naturale prosecuzione sia l’entrata in Noviziato. Il Provinciale approva la mia richiesta e così arrivo a Genova pieno di meraviglia per la vita che Dio sta “sviluppando” in me.

Commenti

Lascia un commento
Chiudi notifica

Gesuitinetwork - Normativa Cookies

I cookies servono a migliorare i servizi che offriamo e a ottimizzare l'esperienza dell'utente. Proseguendo la navigazione senza modificare le impostazioni del browser, accetti di ricevere tutti i cookies del nostro sito. Qui trovi maggiori informazioni