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Daniele Volpetti

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Daniele Volpetti

Sono nato a Tivoli, cittadina della provincia di Roma, da Antonio e Rosanna e sono il primo di quattro figli, dopo di me Pamela, Gianluca e Viola Maria. La nostra resta una famiglia unita e affettuosa, nonostante la separazione dei miei. Durante l’infanzia e l’adolescenza ricordo in particolare le domeniche trascorse insieme, i miei cari nonni e le vacanze in montagna, dove poi è nata la mia vocazione. Nel periodo universitario collaboro attivamente con le formazioni giovanili di un noto partito politico nazionale, assecondando così i grandi sogni umanitari e gli ideali di servizio avvertiti fortemente già dal liceo. Tra questi, la religione, Dio e la fede non trovano posto alcuno nella mia vita.

Mi professo ateo. Con l’impegno politico per le strade e in ambiti sociali diversi, inizio ad avvedermi delle contraddizioni, delle disparità, delle ingiustizie e dei compromessi di fronte ai quali sperimento disagio, non riuscendo a tenere insieme i valori per cui lotto, il desiderio di “qualcosa” di diverso da ciò che vivevo e l’affermazione di me. Da qui le prime domande sul senso della vita, riguardo il mio impegno, i desideri profondi, gli altri. Tutto ciò si scontra con il mio forte idealismo e la volontà di riuscire in quegli ambiti che pure sentivo lontani. Ad ogni modo, apparentemente, sono soddisfatto di quanto andavo costruendo e all’indomani di una proposta di impiego fisso presso un ente statale credo di aver raggiunto il culmine. Ma in realtà stavo accontentandomi: una certa inquietudine non mi lascia e non posso dirmi veramente realizzato: mancava sempre quel “qualcosa” che continuavo a cercare non sapendo cosa fosse…sapevo soltanto di dover andare ancora avanti, di non dovermi fermare.

Inaspettatamente, siamo nell’estate 2000, mentre sono in vacanza a Fonte del campo, il piccolo paese in provincia di Rieti dove la famiglia di mio padre ha origine, quel “qualcosa” arriva. Ha l’aspetto e la voce dell’anziano parroco del posto: don Giuseppe Piccioni. Mi colpisce perché nonostante la grande povertà e semplicità nelle quali viveva era sempre affabile, disponibile e non mancava mai di sorridere e fermarsi con tutti, per un consiglio, un incoraggiamento, un aiuto o un semplice saluto. Appariva sempre profondamente sereno, lieto, addirittura felice, a differenza mia. Mi incuriosisco. Mi domando come possa essere lieto e gioioso non avendo nulla…così ragionavo, stridendo con le mie contraddizioni, ma non potevo fare a meno di fermarmi sempre più spesso con lui per ascoltarlo e osservarlo. Alla fine scopro il “suo segreto”: l’amore e la gioia di Dio in lui… e finalmente in me, che avevo per anni negato, schernito e ignorato il Signore Gesù.

La sua vita è la risposta alle domande che portavo dentro, ma che non osavo rivolgermi né rivolgere, per non dover essere scomodato dalle mie sicurezze. Di qui a qualche anno, dopo aver ripreso un cammino di fede ed essermi confrontato e consigliato con un prete di cui mi fidavo, maturo la decisione di entrare in seminario per realizzare il desiderio di stare con il Signore e cercare di rispondere al suo amore per me. Negli anni al Pontificio Collegio Leoniano di Anagni, anche grazie al sostegno e alla cura dei formatori e del vescovo del tempo, monsignor Giovanni Paolo Benotto, chiedo, e ottengo, di poter vivere esperienze missionarie, per ampliare e assecondare il respiro cattolico (universale) della mia chiamata, così come andavo gradualmente avvertendo. Nella mia personale visione di fede e nel modo di vivere la vocazione, il servizio ha sempre rappresentato il luogo privilegiato del rapporto con il Signore: volevo essere a disposizione di Dio per i fratelli, ovunque ve ne fosse necessità.

Inizio a considerare la vita religiosa incontrando i gesuiti in seminario per corsi di Esercizi, lezioni, incontri di formazione. Prima non sapevo neanche esistesse la Compagnia di Gesù, e per un certo tempo ho considerato anche negativamente i gesuiti, avendone sentito parlare come strenui propugnatori dell’“agere contra” le proprie passioni e inclinazioni, e interessati più “al trono che all’altare”. Conoscendoli, man mano scoprivo che, invece, erano proprio il contrario: persone molto libere, ben preparate di fronte alle sfide vecchie e nuove dell’umano e a proprio agio in un seminario di provincia come “alle estreme periferie del mondo”. Che genere di religiosi erano dunque questi? Mi documento, chiedendo consiglio in giro, e scopro sant’Ignazio, un convertito come me. Anch’io, come lui, sognavo la carriera e di accumulare cariche e onori lasciati per la “Perla preziosa”, stimati un nulla per quel “Re eterno” rimasto sempre accanto a me, a guidarmi e istruirmi, nonostante tutte le mie resistenze. Rimango profondamente impressionato dalla sua umanità: per la prima volta potevo confrontare le mie contraddizioni, le mie paure, le fragilità con quelle di un santo, senza timore! Anche lui, infatti, le aveva vissute. Il libro che mi fa conoscere l’uomo Ignazio, e appassionarmi alla sua storia, è “Solo e a piedi” del basco Tellechea Idigoras. Gli Esercizi spirituali guidati dal padre Pino Piva jr, al principio del Triennio teologico, mi mostrano concretamente quanto sia valida, ancora dopo 500 anni, la pedagogia ignaziana. Anche per me, oggi. Attraverso il percorso della Prima Settimana “per vincere se stessi e ordinare la propria vita” riflettendo sulla mia storia, giungendo a vedere come Dio possa essere trovato in ogni luogo e in ogni persona e situazione; e come ci parli non solamente, come credevo, in quelle che ritenevo ideali, perfette, adatte.

Il percorso di maturazione è stato lungo e spesso ho sperimentato tentennamenti, resistenze e vere e proprie crisi, fino a lasciare il seminario e prendermi un tempo di verifica. Quattro anni, durante i quali ho insegnato Religione nelle scuole pubbliche. Dagli interrogativi più profondi dei ragazzi incontrati, e che ringrazio, ricevo tanti stimoli, che mi hanno spinto ad affidarmi e fidarmi. Così mi rimetto in gioco a 36 anni ed entro in Noviziato il 3 ottobre del 2015.

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